Airbnb, la regina della sharing economy

Airbnb è la startup americana divenuta leader mondiale della sharing economy nel comparto accomodation. Viene considerata la principale artefice di un processo di rivoluzione nella concezione dell’idea di viaggio. Essa non è altro che un marketplace all’interno del quale si incontrano domanda e offerta di alloggi privati. I membri di questa comunità possono fare affidamento su più di un milione di annunci, detti anche listings, che vengono pubblicati quotidianamente da parte di host di tutto il mondo desiderosi di offrire la loro stanza o casa ad uno sconosciuto, chiaramente dietro compenso.

Stiamo parlando del fenomeno dell’home-swapping, una nuova forma di turismo. Esso rappresenta una valida alternativa alle tradizionali forme di alloggio ed è utilizzato specialmente da coloro che hanno disponibilità economiche limitate e che desiderano vivere delle esperienze di viaggio più social. Secondo uno studio condotto da Morgan Stanley, il 55% degli utenti di Airbnb dichiara che il principale fattore che ne incentiva l’uso è la convenienza.

Nonostante i numeri che vedremo tra poco e i margini di miglioramento ancora molto sorprendenti, anche Airbnb, come vuole la più classica delle storie, è dovuta partire dal basso e si è trovata ad affrontare molteplici difficoltà. Queste ultime sono presenti ancora oggi, se consideriamo che si tratta di un’impresa operante su scala mondiale e che deve quotidianamente sostenere le sfide che si presentano sui diversi mercati.

I dati del 2017

Secondo i dati forniti dal Financial Times il 2017 è stato centrale per Airbnb, dato che ha rappresentato il primo anno intero di profittabilità per la società californiana, la quale aveva  ottenuto il suo primo quarter in positivo solo nel 2016. Nel 2017 infatti i ricavi sono ammontati a 2,6 miliardi di dollari, mentre l’EBIT (Earnings Before Interests and Taxes) a 93 milioni. Un grande risultato, ottenuto anche grazie agli ottimi investimenti effettuati dalla società in uno dei mercati più promettenti, quello cinese.

Ad aggiungere ulteriore importanza a questo dato era anche l’imminente (secondo gli analisti) quotazione pubblica di Airbnb. Tuttavia, come evidenziato anche dal recente scontro interno avvenuto tra il CEO Brian Checky ed il CFO Laurence Tosi, questa non si farà, perlomeno nel 2018.

Secondo il CEO, Airbnb non ha al momento necessità urgente di affrontare una IPO e tutte le criticità che ne derivano. La società ha infatti ottenuto recentemente un altro round di finanziamento, sfiorando a marzo un valore di 31 miliardi. Se a questi dati si aggiungono il raggiungimento del punto di profittabilità e un tesoretto in banca di circa 5 miliardi, la posizione di Brian Checky diventa più che comprensibile.

Il business model di Airbnb

Non c’è dubbio che la forza di Airbnb sia rappresentata da un business model veramente scarno di asset e quindi una struttura estremamente flessibile, dato che le proprietà in mano al colosso della Silicon Valley sono veramente esigue in rapporto al suo turnover. Tale business model la accomuna anche ad altre società, ma il fatto di essere diventata un’azienda dalle ottime prestazioni finanziarie acquisisce ancor più significato se si pensa che colossi come Uber invece bruciano ogni anno milioni per combattere i concorrenti tradizionali e non (si pensi a quello che è successo recentemente in tutta la Spagna, quando centinaia di tassisti hanno ostruito le strade principali come forma di protesta).

business model airbnb
In figura il Business Model Canvas di Airbnb

Per quanto riguarda il futuro, le prospettive sono sicuramente positive. Il settore turistico è uno dei più promettenti nel breve-medio periodo, grazie a milioni di persone che nei Paesi emergenti stanno uscendo dalle fasce più povere e si approcciano a un mondo sempre più interconnesso. Positive sono anche le aspettative sul mercato asiatico, in particolare quello cinese, che al tempo stesso risulta anche quello più ostico. Nonostante sembrasse ad un passo la joint venture con il competitor locale, Tujia, Airbnb si è tirata indietro, presumibilmente per evitare potenziali problemi che avrebbero potuto danneggiare l’immagine della società americana.

Investitori ed analisti hanno comunque sollevato dei dubbi per quanto riguarda la capacità di Airbnb di operare in solitaria in un mercato così complesso, soprattutto per i player americani. L’espansione, soprattutto nei mercati più promettenti, funzionerà da volano e attrarrà ancora più host sia nelle nuove città che in quelle già presenti: si è passati da 3,5 milioni nel 2016 a 4,2 nel 2017 e ci si aspetta un balzo a 5,3 milioni nel 2018. Altro dato fondamentale è quello che riguarda le revenues, che dovrebbero crescere dai sopra citati 2,6 miliardi del 2017 ai circa 3,8 miliardi del 2018.

 


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