Alan Greenspan, luci e ombre

Breve storia professionale

Chi è Alan Greenspan? Molti millennials non lo hanno mai sentito nominare, eppure è stato fino ad un decennio fa il chairman della banca centrale più potente al mondo, nonché rock-star del mondo finanziario grazie al favore dei media. Greenspan nasce a New York il 6 marzo 1926, figlio di un broker di Wall Street. Nel 1948, a ventidue anni, ottiene una laurea in economia con lode, seguono un master nel 1950 e il dottorato in ricerca economica nel 1977. Subito dopo la laurea lavora presso la Industrial Conference Board, un think-tank con sede a New York, e presso la Banca d’investimento Brown Brothers Harriman. Poco dopo le prime esperienze professionali fonda una società di consulenza di sua proprietà con il nome di Townsend&Greenspan. Tuttavia la parte più interessante e significativa della sua carriera la svolge presso le istituzioni in posizioni a nomina politica. Greenspan è stato: Direttore della Ricerca della politica interna per Richard Nixon, Presidente del Consiglio Economico di Gerald Ford, Presidente della commissione nazionale per la riforma della Sicurezza Sociale per Ronald Reagan nel 1981 e infine è stato nominato, dallo stesso Reagan, a capo della Fed nel 1987 dove rimarrà fino al 2006, anno delle sue dimissioni.

L’ideologia

Greenspan appartiene al pensiero economico dominante in America, quello liberale. In particolare appartiene alla corrente di pensiero conservatrice; non sorprende, dunque, la sua lunga permanenza come banchiere centrale. Ha infatti ricoperto quasi cinque mandati come membro del board of governors della FED. La sua lunga e mirabile carriera è accompagnata da luci e ombre. Se da una parte è considerato uno dei più grandi policy maker finanziari dei nostri tempi non sempre è riuscito a convincere della bontà del suo operato le frange più progressiste del senato americano. Difficile dimenticare il confronto particolarmente acceso che ebbe con il progressista Bernie Sanders nel 2003. Greenspan è stato, in effetti, uno dei più grandi, se non il più grande in assoluto, promotore della deregolamentazione del settore finanziario (ricordiamo l’abolizione del Glass-Steagall Act durante la presidenza Clinton), della privatizzazione delle aziende statali degli anni 90’ e primi duemila e della diminuzione del welfare; avendo in mente come modello economico da perseguire il capitalismo laissez-faire. Di conseguenza si è, ovviamente, sempre schierato a favore di una diminuzione delle tasse, che ha ritenuto sempre benefica per il sistema economico nel suo complesso.

La visione dell’economia odierna

In relazione alla prolungata crisi economica che il mondo occidentale sta vivendo in questi decenni (crisi che Christine Lagarde ha definito “secular stagnation”) e sullo strano assetto che i mercati finanziari hanno in questo frangente, la sua opinione è che la crescente incertezza del futuro porta ad aumentare in maniera anomala i tassi di sconto sui futuri cash flows degli investimenti, deprimendo la valutazione degli asset finanziari e gli investimenti. In un suo recente libro osserva che lo spread tra tassi a breve e a lunga scadenza non è mai stato così ampio, e ciò riduce la domanda aggregata nonostante le politiche di QE, le quali, dal suo punto di vista, hanno avuto successo nel diminuire i tassi di sconto ma non sono riuscite a rimediare alla carenza cronica di domanda aggregata. La liquidità messa a disposizione dalle banche centrali non giunge alle aziende che ne avrebbero bisogno, ma rimane  invece all’interno del sistema finanziario o addirittura torna come deposito nelle casse delle banche centrali. A suo modo di vedere al centro dei mercati finanziari vi è la natura umana e dunque ciò che sta vivendo il mondo occidentale è un’ondata di paura, semplice pura paura, che, prima o poi, avrà fine.

Le ombre

Sebbene Greenspan sia entrato a pieno titolo nell’olimpo dei banchieri centrali e rimane tutt’ora un ascoltatissimo opinionista sulla realtà dei mercati finanziari e dell’economia americana, quando si riflette sul ruolo che Greenspan ha avuto nella recente storia economica dei nostri paesi (per chi se lo sta chiedendo, si, anche in Europa contano le politiche implementate da chi è a capo della FED) non si può non pensare al fatto che, poco dopo le sue dimissioni, il mondo occidentale abbia sperimentato la sua seconda più grave crisi economica della storia. Il riferimento è, ovviamente, alla crisi finanziaria globale iniziata nel 2007 e poi detonata nel 2008. Tuttavia facciamo un passo indietro ed esaminiamo un po’ più nel dettaglio la politica monetaria adottata da Greenspan. Il nostro ex-chairman è un monetarista e la sua politica monetaria seguì la procedura standard di usare la regola di Taylor per fissare il tasso di interesse ottimale sui Fed Funds, tuttavia l’inflazione dei prezzi al consumo che si trovò a gestire era già stata stroncata dal suo predecessore (come presidente della FED) Paul Volker, che negli anni immediatamente antecedenti si era trovato a fronteggiare la galoppante inflazione derivante dagli shock petroliferi degli anni settanta. Volker era riuscito a domare l’inflazione solo attraverso una politica monetaria estremamente rigida, che causò un alto tasso di disoccupazione e un ampio output gap. Greenspan, ricevendo un’economia depressa a causa delle politiche restrittive di Volker, poté praticare tassi di interesse particolarmente bassi, i quali, se da una parte garantirono la crescita del reddito, dall’altra permisero di aumentare molto la liquidità a disposizione del nascente settore finanziario, il quale invece di indirizzare questa liquidità verso l’economia reale preferì investirla nello stock market, cioè in asset finanziari, causandone un veloce aumento dei prezzi. Di conseguenza diversi economisti, tra cui il premio Nobel Paul Krugman, attribuiscono a Greenspan la responsabilità di aver facilitato, tramite una politica monetaria eccessivamente accomodante, la crescita della bolla dot-com dei primi anni 2000 e di aver posto le basi per la crisi finanziaria globale poiché non ha impedito l’eccessivo aumento della leva finanziaria di tutte le principali banche americane. In effetti, nella regola di Taylor per la determinazione dei tassi di interesse è contemplata solo l’inflazione per i beni di consumo, non quella dei titoli del mercato azionario: le scelte di politica monetaria non tenevano in considerazione l’inflazione dei titoli azionari, permettendone l’ingiustificato aumento del prezzo e, di conseguenza, la creazione di bolle. Nel caso della bolla dot-com, avvenuta durante la sua presidenza della FED, alcuni attribuiscono a Greenspan la colpa mentre altri gli riconoscono il merito di aver posto fine alla bolla alzando i tassi di interesse. Secondo questa seconda interpretazione le sue politiche non sono state il volano di crescita della bolla ma lui rimarrebbe comunque “colpevole” di essere intervenuto troppo tardi e di non aver saputo giudicare la natura della dinamica finanziaria in atto.

Tuttavia, per concludere, è doveroso ricordare che Greenspan ha dimostrato di possedere grandissima onestà intellettuale quando ha pubblicamente ammesso, nel 2008, che la sua ideologia era difettosa, il difetto che lui ha individuato è che le banche non sono gli agenti più capaci a difendere gli interessi dei loro share-holders (azionisti), a differenza di ciò che lui credeva. Inoltre ha espressamente dichiarato che i Credit Default Swap (prodotti finanziari derivati che hanno avuto un ruolo centrale nella crisi del 2008) non sono salutari per il mercato finanziario, in contraddizione con quello che aveva precedentemente affermato, cioè che la regolamentazione del mercato dei derivati non era assolutamente necessaria.
In ogni caso Greenspan rimane tutt’oggi una mente raffinata ed un intellettuale capace di osservare la realtà dei mercati finanziari da un punto di vista privilegiato.

 

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