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Blue Origin: Il viaggio continua!

Nella seconda parte del nostro articolo sulla compagnia di Jeff Bezos, Blue Origin, andremo a conoscerne il nuovo lanciatore, i piani per il futuro, le fonti degli investimenti e il suo rapporto con le altre compagnie del settore aerospaziale.

Questo il link del primo articolo per chi se lo fosse perso: https://startingfinance.wordpress.com/2016/10/21/blue-origin-i-turisti-dello-spazio/

Il New Glenn e il futuro

Il New Glenn sarà il prossimo lanciatore della Blue Origin. Sarà composto da 2 o 3 stadi, per un altezza rispettivamente di 82 – 95 metri e un diametro di 7. Il lanciatore sarà spinto da 7 nuovi motori BE-4. Il lavoro di progettazione iniziò nel 2012 e i primi test sono previsti per il 2020. Come il New Shepard, il New Glenn disporrà di un primo stadio riutilizzabile, che sarà in grado in questo caso di spingere il veicolo fino al volo orbitale. Il nome è un omaggio al primo astronauta americano ad aver effetuato un volo orbitale: John Glenn.

Nel marzo del 2016 Bezos ha discusso dei propri piani per fornire servizi di turismo spaziale, sottolineandone l’importanza e ricordando come l’aspetto d’intrattenimento dei primi voli in assoluto abbia aiutato l’avanzamento dell’aviazione. Bezos ha fatto notare che all’epoca la maggior parte dei voli era dedicata per l’appunto all’intrattenimento delle masse. Vede dunque nel turismo spaziale un ruolo simile, cioè non solo una forma di guadagno, ma un modo per far progredire i lanci e i viaggi nello spazio. Oltre al New Glenn è stato annunciato anche un altro progetto, il New Armstrong, senza però specificarne altri dettagli oltre al nome. In seguito agli ultimi voli del New Shepard, è stato annunciato che la tabella di marcia sta venendo rispettata, permettendo ai primi clienti di raggiungere lo spazio nel 2018. Non sono ancora disponibili informazioni riguardo al costo dei biglietti, che sicuramente sarà molto elevato: un servizio simile fornito dalla Virgin Galactic viene a costare 250.000 dollari. I primi ad acquistare il viaggio avranno diritto anche a ripetere l’esperienza sul New Glenn. Dunque l’interesse principale di Bezos è quello di fornire servizi di turismo spaziale, ma non è l’unico. La compagnia, d’altronde, già si occupa di fornire tecnologie aerospaziali e di lanciare esperimenti di tipo sub-orbitale per la Nasa e per altri enti di ricerca.

Invesimenti e il rapporto con le altre compagnie

Per realizzare i propri sogni e quelli della sua compagnia, Bezos ha investito di tasca propria oltre 500 milioni di dollari in Blue Origin. Questi dati si riferiscono ad un periodo che va fino al 2014. Anche fino a marzo 2016, la maggior parte dei fondi a supporto dello sviluppo tecnologico e delle operazioni in casa Blue Origin sono sono stati forniti dal fondatore della compagnia, che ha rifiutato di specificarne pubblicamente l’ammontare.

Parte dei fondi vengono ottenuti tramite collaborazioni con altre compagnie: Blue Origin ha collaborato con la Boeing nella Fase 1 dello sviluppo dello spazioplano della DARPA XS-1; nel 2014 la United Launch Alliance (ULA) ha invece firmato un accordo con l’azienda di Bezos per co-produrre il motore a razzo BE-4, che è programmato per sostituire il motore RD-180 di manifattura russa che spinge l’Atlas V della ULA. Blue Origin ha anche completato dei lavori per conto della Nasa, ricevendo un investimento totale di 25.7 milioni di dollari. La compagnia fu premiata dall’ente americano per lo spazio nel 2009, per aver sviluppato concetti e tecnologie a supporto delle future operazioni aerospaziali umane, con 3.7 milioni di dollari. Sempre la Nasa ha stipulato un accordo con la compagnia con cui si impegnava a fornire fondi in cambio della creazione, da parte della Blue Origin, di sistemi per la mitigazione dei rischi. In particolare venne richiesta la messa a punto di un innovativo sistema di fuga, che possa essere riutilizzabile, abbassandone i costi, e che possa aumentare la sicurezza degli astronauti; e di una moderna capsula pressurizata dalla massa ridotta, che fornisca ulteriore sicurezza all’equipaggio. Fu annunciato nel 2010 che la Blue Origin ebbe soddisfatto tutti i punti dell’accordo. L’accordo venne esteso un anno dopo, con un investimento addizionale di 22 milioni di dollari, con i quali la Blue Origin avrebbe migliorato le tecnologie sviluppate e accelerato lo sviluppo del motore a razzo BE-3 tramite l’avviamento dei test in scala completa.

In seguito alla decisione della Nasa del 2013 di concedere in affitto infrastrutture inutilizzate di cui disponeva, per ridurre le operazioni annuali, e dunque i costi di manutenzone, un’offerta fu avanzata dalla Blue Origin. In particolare, la richiesta della compagnia era di ottenere l’autorizzazione all’utilizzo, condiviso e non esclusivo, del Complesso di Lancio 39A al Centro Spaziale Kennedy. I costi e gli spazi sarebbero stati condivisi con altre compagnie, come la United Launch Alliance, per tutta la durata dell’affitto. La SpaceX presentò una domanda per la stessa infrastruttura, richiedendone però l’utilizzo esclusivo. Prima che la decisione ufficiale della Nasa fosse resa pubblica, la Blue Origin presentò una protesta formale al Government Accountability Office (GAO), una sezione investigativa del Congresso degli Stati Uniti d’America dedita all’auditing e alla valutazione. La Blue Origin sosteneva che la Nasa stesse favorendo scorettamente l’assegnazione del Complesso alla SpaceX. Il GAO si schierò dalla parte della Nasa, che stipulò un contratto per l’utilizzo del Complesso di Lancio 39A con la compagnia di Musk, della durata di 20 anni.

Francesco Pettini

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