Il costo dei cambiamenti climatici

Saliti negli ultimi giorni alla ribalta della cronaca locale, nazionale e internazionale, i Fridays for Future sono nati dalla determinazione di una sedicenne svedese, Greta Thunberg, che partendo dal suo Paese ha portato queste manifestazioni a livello globale: nella giornata di venerdì 15 marzo si sono tenuti scioperi in più di 100 Paesi. In Italia si sono svolte manifestazioni in 208 città, da Palermo a Milano, da Torino a Bari. I Fridays for Future hanno visto mobilitarsi soprattutto i più giovani, una fascia d’età spesso lontana dalla politica e dal dibattito pubblico, ma che è scesa in piazza su una battaglia molto sentita perché concernente il proprio futuro.

Greta Thunberg si è affermata nella cronaca internazionale a seguito dei suoi interventi alla conferenza sul clima di Katowice dello scorso dicembre e al World Economic Forum il 25 gennaio; in essi non ha lesinato critiche alla politica “immatura”, che per paura di perdere consensi non ha saputo affrontare in tutti questi anni il tema dei cambiamenti climatici. E quando è una ragazzina appena sedicenne ad accusare di immaturità degli ultra-cinquantenni Capi di Stato e di Governo è impossibile non rimanere un po’ sconvolti. Ma se una drastica azione per fermare lo sconvolgimento climatico del nostro pianeta presenta degli elevatissimi costi politici e di consenso, qual è il costo, economico e non, dell’inazione?

L’Accordo di Parigi

Nel decennio trascorso ci sono stati numerosi tentativi di arrivare ad accordi internazionali finalizzati a promuovere scelte economiche e sociali per uno stile di vita e una produzione industriale più ecologica, che potessero progressivamente ridurre gli impatti dell’attività umana sull’ambiente e limitare pertanto i cambiamenti climatici. I più importanti in tal senso sono stati il Protocollo di Kyoto e l’Accordo di Parigi. Il primo è entrato in vigore nel 2005 ed è nato già con grossi limiti dovuti alla mancata sottoscrizione da parte degli Stati Uniti e alla sua mancata applicazione nei Paesi in via di sviluppo, come Cina e India. Ne rimanevano quindi esclusi, per una ragione o l’altra, i maggiori inquinatori mondiali.

I risultati raggiunti nell’orizzonte temporale previsto (2008-2012) sono stati esigui, e questo ha spinto a cercare una nuova intesa. Nel 2015, quindi, è stato varato l’Accordo di Parigi, il primo patto universale e vincolante sul clima, che coinvolge 196 Paesi; questi si impegnano ad attuare misure di contenimento del surriscaldamento climatico mondiale ben al di sotto del limite dei 2 gradi. L’obiettivo a cui tende è quello di limitare a 1.5 gradi l’innalzamento delle temperature medie rispetto al periodo pre-industriale  un valore raggiungibile, secondo alcuni scienziati, solo se tra il 2030 e il 2050 si arriverà a zero emissioni di gas serra. Proseguire sulla strada attuale, invece, comporterebbe un incremento della temperatura media entro fine secolo di circa 4 gradi. Ad oggi tale incremento è già arrivato a 1.1 gradi.

Le conseguenze dei cambiamenti climatici

Affrontando il tema dal punto di vista delle temperature non si ha però contezza della dimensione e dell’impatto del fenomeno. Anche una stima precisa e attendibile dei costi non è semplice, poiché si tratta di un fenomeno di lungo periodo, che avrà gli impatti maggiori nella seconda metà del secolo. Le conseguenze dei cambiamenti climatici, inoltre, sono fortemente eterogenee e variabili, per cui ci potrebbero essere Paesi – come il Canada o la Russia – paradossalmente avvantaggiati da un innalzamento delle temperature, mentre ne subiranno maggiormente le conseguenze negative i Paesi in via di sviluppo, che si trovano nelle aree climatiche più esposte.

Ad esempio, alcune isole del Pacifico mete ambite di vacanza, come le Maldive, potrebbero letteralmente scomparire, coperte dall’innalzamento del livello dei mari, mentre la progressiva desertificazione di alcune aree dell’Africa già provoca un crescente flusso migratorio verso l’Europa. In Italia le conseguenze più impattanti potrebbero essere nelle regioni del Mezzogiorno, che con l’innalzamento delle temperature potrebbero progressivamente trasformarsi sempre più in aree desertiche, mentre i rischi più elevati per le regioni settentrionali deriverebbero dall’innalzamento del livello del mare, che potrebbe comportare l’inondazione di vaste aree della Pianura Padana.

Un prezzo che aumenta ogni anno

Tutto ciò che abbiamo elencato si può quantificare in un impatto economico compreso tra il 5 e il 15% del PIL mondiale (cifre tratte dal Rapporto Stern del 2006), perlopiù concentrato nel lungo periodo, oltre il 2050; i costi nel breve termine saranno invece limitati al 2-3%. Questi numeri, apparentemente contenuti, si sono però tradotti già nel 2018 in alcuni eventi devastanti, mappati dal The Guardian, che hanno avuto conseguenze catastrofiche a livello locale. Stiamo parlando degli uragani Florence e Michael, che hanno colpito gli Stati Uniti, parte dell’America Centrale e i Caraibi causando rispettivamente danni per 17 miliardi e 15 miliardi; della siccità in Argentina, che ha devastato le coltivazioni di mais e soia causando 6 miliardi di danni e contribuendo in modo sostanziale a far ricadere il Paese sudamericano in recessione; delle inondazioni nel Kerala, le peggiori da 80 anni, che hanno provocato la morte di 500 persone e ne hanno lasciate circa un milione senza casa. Questi e altri disastri che hanno colpito la Terra lo scorso anno sono stati resi più probabili e più dirompenti dai cambiamenti climatici. Ormai ogni anno assistiamo ad eventi di questo tipo, sempre più frequenti e sempre più devastanti.

Quanto costerebbe intervenire?

Dall’altro lato, però, anche le misure da prendere per limitare e progressivamente fermare i cambiamenti climatici hanno un costo sia politico che economico. Concentrandosi su quest’ultimo aspetto, ormai centinaia di studi scientifici convergono nello stimare i costi delle misure volte alla riduzione delle emissioni di gas serra e della conversione ecologica dell’economia in un valore compreso tra l’1 e il 2% del PIL mondiale. La stima è resa più semplice dal fatto che si va ad analizzare un orizzonte temporale più di breve termine, poiché queste misure dovranno essere prese al massimo nell’arco dei prossimi 10 o 20 anni. Tali costi sono comunque destinati ad incrementare con il passare del tempo e con il peggioramento della situazione climatica.

La riduzione delle emissioni e la conversione ecologica dell’economia non avranno comunque effetti immediati e perciò non fermeranno completamente i cambiamenti climatici, che vanno dunque messi in conto per i prossimi anni. Una stima più accurata deve quindi includere anche una parte dei costi del global warming. Un valore comunque decisamente inferiore rispetto all’impatto compreso tra il 5 e il 15% di PIL dovuto agli effetti negativi del peggioramento delle condizioni del pianeta. Non è da trascurare, però, il fatto che i costi delle misure di salvaguardia ambientale sono immediati e ben visibili, mentre i loro benefici si avranno solo nel lungo termine e non saranno immediatamente individuabili.


 

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