Club deal, il futuro del private equity

I club deal sono dei veri e propri sindacati d’investimento tra quegli individui o quelle famiglie molto facoltose che fanno parte dei cosiddetti “High Net Worth Individual” (persone che possiedono un elevato patrimonio netto). Essi si riuniscono in gruppi per effettuare investimenti in imprese al fine di sostenerne lo sviluppo e l’internazionalizzazione, realizzando al contempo un guadagno che vada ad incrementare il proprio patrimonio e a remunerare il rischio.

Come schema si potrebbero assimilare alle SGR (società di gestione del risparmio), con i manager dei club che svolgono un ruolo di gestione pienamente assimilabile ad esse. La principale differenza risiede nella raccolta di capitali: infatti gli investitori non sono una collettività indefinita, ma un numero piuttosto ristretto di persone facoltose e ben individuabili. Inoltre gli investimenti non sono rappresentati da fondi, il cui portafoglio include numerosi titoli che, pur facendo parte di una determinata area o tipologia, permettono un’adeguata diversificazione del rischio.

Si tratta piuttosto di singole società, per vari motivi interessanti, che vengono proposte dai manager del club deal ai propri investitori e nel cui capitale questi ultimi possono entrare in maniera consistente, arrivando addirittura a poter diventare soci di maggioranza. La diversificazione può comunque avvenire, perché i manager del club, previa accurata selezione basata sui fondamentali e sulla potenziale crescita, propongono numerosi business ai quali destinare parte del patrimonio personale.

I club deal come superamento del private equity

Stiamo parlando, quindi, di una forma particolare di private equity, che si è sviluppata per ovviare alle problematiche dello stesso. Infatti quest’ultimo appare superato o non pienamente idoneo per una gestione efficiente del patrimonio, perché spesso gli High Net Worth Individual singolarmente non possono permettersi un investimento, oppure trovano difficoltà ad inserirsi nei processi decisionali delle imprese di medie dimensioni cui si indirizzano.

I club deal, invece, sembrano rappresentare il presente e il futuro del private equity. Grazie ad essi la prima questione indicata viene superata agilmente, poiché, mettendo più investitori insieme, si raccolgono più capitali ed è quindi possibile effettuare corposi investimenti, altrimenti inaccessibili ai singoli. La seconda questione viene invece delegata al management del club deal, che si deve occupare di offrire supporto allo sviluppo delle imprese partecipate attraverso professionisti qualificati e di riferire ai soci le strategie adottate, redigendo specifici report.

Questo tipo di investimenti è molto flessibile, perché i soci del club possono liberamente scegliere di parteciparvi o meno in base alle proprie disponibilità e a quanto credono nel progetto, tentando di costruire un portafoglio di partecipazioni il più possibile differenziato tra le varie proposte sul tavolo. Inoltre, l’ammontare della quota investita dal singolo socio può variare da pochi milioni ad alcune decine e, al contrario del private equity, non è prevista esplicitamente una data di exit che può quindi avvenire nel momento migliore per cogliere le opportunità offerte dal mercato. Infine, l’investimento può manifestarsi in un prestito, nell’acquisizione di una quota di capitale sociale o nelll’acquisto diretto di immobili. La società target (ovvero quella che è oggetto dell’operazione) può variare tra un range molto vasto di tipologie, dalla startup e Pmi innovativa all’impresa del settore immobiliare.

Passato e presente dei club deal

I club deal, come spesso accade in ambito finanziario, nacquero negli Stati Uniti. Il primo investimento che può essere assimilato a questa tipologia venne compiuto nel 1870 e fu finalizzato alla realizzazione di una linea ferroviaria in Pennsylvania. Già negli anni ’20 del Novecento esistevano investitori che operavano su azioni e obbligazioni in sindacati d’investimento; questi ultimi hanno continuato a crescere, fino a rappresentare, nel periodo che va dal 1984 al 2007, una media del 63% degli investimenti di venture capital nel mercato americano. La rilevanza era tale che gli anni dal 2003 al 2007 sono stati anche descritti come “l’era dei club deal”. Un ridimensionamento è avvenuto solo dopo il 2006, quando l’autorità di Antitrust ha avviato un’indagine sulle operazioni realizzate con questo tipo di accordi.

In Italia il primo club deal, denominato Tip, è stato realizzato da Giovanni Tamburi nel 2002, coinvolgendo 150 famiglie di facoltosi imprenditori e professionisti in iniziative specifiche. Tip non prevede un numero minimo di famiglie che possono partecipare né un taglio minimo d’investimento e ha puntato su molte affermate realtà del panorama nazionale, come Eataly, Moncler e Prysmian. Negli ultimi anni i sindacati d’investimento stanno assumendo sempre più rilevanza anche nel nostro Paese, infatti iniziano a diventare numerosi i casi di banche che si dotano di club deal per il proprio segmento di private banking.

I vantaggi per investitori e imprese

I principali vantaggi dei club deal per gli investitori, oltre al superamento delle criticità del private equity di cui si è già parlato, risiedono nella flessibilità che permette loro di scegliere, caso per caso, quali e quante opportunità cogliere, nonché di costruirsi un portafoglio ad hoc, selezionando i singoli investimenti secondo le proprie preferenze e interessi e allocando in ciascuna operazione l’ammontare che ritengono più opportuno. I neo-soci, inoltre, hanno la possibilità di contribuire alla gestione delle partecipate, nei settori in cui essi dispongono di competenze e contatti rilevanti. In questo modo gli investitori sono più coinvolti in tutto il periodo dell’investimento e comunque non sono lasciati a se stessi, dal momento che sono anche supportati da una struttura professionale che li affianca nella gestione e nella valorizzazione degli investimenti.

Per quanto riguarda le società partecipate, esse hanno il vantaggio di avere un unico interlocutore con cui interfacciarsi, poiché, nonostante gli investitori possano essere diversi, il management del club deal rappresenta un filtro tra questi e la società: entrambi dovranno rivolgersi solo ed unicamente ad esso. L’impresa oggetto dell’operazione può anche contare sulle competenze e sui contatti del management del club e degli investitori. Infine, la flessibilità costituisce un significativo valore aggiunto anche per le società partecipate, dato che la creazione di valore viene perseguita attraverso procedimenti variabili, costruiti di caso in caso in base alle specifiche necessità, ed i meccanismi di exit sono chiari e definiti sin dall’inizio, con l’accordo anche della società stessa e nel rispetto delle reciproche esigenze.

Gli svantaggi

Tuttavia, anche gli svantaggi di questa forma d’investimento non sono trascurabili. Una ricerca svolta nel 2009 su 198 operazioni realizzate negli Stati Uniti, delle quali il 29% era nella forma di sindacato d’investimento, ha evidenziato come in tale genere di trattative si abbia una minore valorizzazione del capitale dell’impresa. Infatti gli azionisti si sono visti riconosciuti dei dividendi approssimativamente inferiori del 40% rispetto alla situazione precedente e anche la valutazione delle proprie quote si è ridotta mediamente del 10%. Questa situazione, comunque, diventa via via sempre più contenuta all’aumentare della presenza di investitori istituzionali all’interno del capitale aziendale, probabilmente proprio in virtù del loro forte potere contrattuale.

 


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