La crisi asiatica, dalle cause al risanamento

La crisi asiatica fu una crisi finanziaria che interessò alcuni Paesi del Sud-Est asiatico tra il 1997 e il 1998, il cui scoppio fu dovuto principalmente all’eccessivo indebitamento a breve termine in valuta estera (dollaro e yen). Tale situazione portò ad una serie di speculazioni finanziarie che provocarono una svalutazione della moneta e lo sganciamento delle valute interessate dal dollaro. Partendo dalle Nazioni “periferiche”, la crisi si estese rapidamente e a macchia d’olio sui principali mercati finanziari globali. Quali furono quindi le cause che portarono ad una così rapida diffusione, e quali furono gli interventi che evitarono conseguenze ben più drammatiche?

La situazione pre-crisi

I Paesi maggiormente colpiti dalla crisi asiatica furono Tailandia, Malesia, Indonesia, Sud Corea e Singapore. Questi Paesi nei decenni precedenti al 1997 avevano registrato uno sviluppo maggiore di qualsiasi altra economia mondiale, abbattendo drasticamente il proprio tasso di povertà e alzando al contempo il reddito medio pro-capite. Tale crescita era dovuta a politiche governative che incentivavano il risparmio e ad investimenti mirati ad annullare il gap tecnologico con l’Occidente. La crescita era altresì dovuta alla facilità con cui veniva erogato il credito bancario e al mantenimento di bassi tassi d’interesse, in parte frutto di un sistema finanziario scarsamente regolamentato che portava a politiche aggressive nella concessione di investimenti, con la convinzione di fondo che lo Stato sarebbe intervenuto in un eventuale caso di insolvenza.

Lo scoppio della crisi asiatica

Tuttavia, nel 1996 si registrarono i primi rallentamenti dell’economia, dovuti principalmente alla riduzione dei proventi derivanti dalle esportazioni. Questa contrazione fu dovuta all’ancoraggio delle diverse valute nazionali al dollaro che, con la costante rivalutazione dei tassi di cambio, iniziata già nel corso del 1995, determinò una minore competitività dell’export. Tale situazione colpì molti Paesi del Sud-Est asiatico.

La Tailandia, per far fronte a tale riduzione dei proventi, il 2 luglio 1997 svalutò la propria moneta del 15% del suo valore nominale. Quest’azione portò ad una serie di attacchi speculativi che si estesero alle Nazioni limitrofe, dal momento che gli investitori internazionali temevano che altri Paesi avrebbero svalutato la propria valuta per stimolare le esportazioni e al tempo stesso diminuire il costo del debito.

Al contempo l’aumento dei tassi di interesse nominali e reali ebbe gravi conseguenze sulle Banche locali, che non furono più in grado di rimborsare i prestiti a breve termine in valuta estera; ciò si ripercosse sull’economia reale, con una contrazione dei prestiti che venivano concessi ai privati. Fu così che la crisi finanziaria interessò rapidamente l’economia reale provocando un credit crunch con numerosi fallimenti di imprese, Banche e istituzioni finanziarie, e pose fine ad un lungo periodo di crescita economica.

Nonostante questa rapida deriva, la crisi scoppiata in Tailandia sembrava ancora largamente contenibile per dimensioni e potenziale impatto. La situazione si fece più grave nell’autunno del 1997, quando ci fu il collasso economico e politico dell’Indonesia e la crisi si estese anche alla Corea del Sud, una delle “Tigri Asiatiche”. Con l’interessamento di quest’ultima, tuttavia, le dimensioni crebbero esponenzialmente, superando i confini regionali. La crisi finanziaria si trasformò dunque in una crisi bancaria, caratterizzata dall’insolvenza di grandi Banche a causa dell’elevata proporzione di crediti che diventarono inesigibili.

Il risanamento

Il FMI, con il concorso della Banca Mondiale e dei Paesi del G7, stanziò oltre 58 miliardi di dollari per la Corea del Sud e circa 20 miliardi per Tailandia ed Indonesia. Inoltre, dettò le seguenti misure di risanamento:

  • Restrizioni fiscali, soprattutto tagli alle spese correnti, per far fronte ai costi derivanti dalla ristrutturazione del settore finanziario e creditizio;

  • Riduzione o eliminazione dei sussidi su alcuni beni;

  • Imposizione di una politica monetaria restrittiva (come misura temporanea), con l’innalzamento dei tassi di interesse, per contenere l’inflazione e le pressioni sulla bilancia dei pagamenti;

  • Adozione di tassi di cambio flessibili;

  • Incremento della flessibilità nel mercato del lavoro per favorire licenziamenti e assunzioni, per poter riallocare rapidamente la manodopera in eccesso nei settori in crisi;

  • Liberalizzazione dell’accesso di capitali stranieri soprattutto nel settore finanziario e creditizio.

L’intervento del FMI fu criticato da molti, in particolare da Joseph Stiglitz, secondo il quale il Fondo espose le diverse economie ad alti tassi di volatilità dei capitali esteri; inoltre affermò che il solo scopo del massiccio intervento fu quello di rimborsare le Banche creditrici occidentali. Inoltre il piano di liberalizzazioni portò ad un rapido aumento della speculazione, anziché ad una riduzione, come preventivato nei piani originali. Soltanto dalla fine del 1999 l’economia di tali Paesi iniziò a crescere, seppure alcuni di essi non raggiunsero più i livelli di crescita del periodo antecedente alla crisi.


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