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L’economia nel Mediterraneo romano

Recenti studi archeologici hanno rilevato che l’estrazione di argento e rame in epoca romana fu eccezionalmente elevata fra il II secolo a.C. e il II secolo d.C., raggiungendo livelli mai più conseguiti sino alla Rivoluzione industriale. Ciò suggerisce qualcosa di suggestivo, ma non sbalorditivo, cioè la notevole monetizzazione dell’economia nel Mediterraneo romano. Dallo studio dei relitti di navi onerarie rinvenuti lungo le coste del Mediterraneo si è potuto osservare come il numero di quelli risalenti a questi stessi quattro secoli è molto più alto rispetto a quelli risalenti ad epoche precedenti o successive. Tali dati segnalano quanto fossero sviluppati l’attività economica e il traffico commerciale nel Mare nostrum, unificato da Roma.

La crescita del Pil romano

Nonostante la difficoltà data da una documentazione insoddisfacente e frammentaria, sono state proposte diverse valutazioni del Pil dell’impero romano, le quali restano ovviamente incerte. In questa sede, ci basta considerare come il prodotto pro capite non deve essere stato diverso da quello di altre economie preindustriali meglio note. Nonostante i limiti dati da un’economia agricola tradizionale e dalla disponibilità di sola energia animale (con una piccola integrazione di energia idraulica ed eolica prodotta con i primi mulini), Roma ebbe una crescita significativa, raggiungendo il suo picco con la dinastia degli Antonini (117 – 192 d.C.). Questa crescita fu, in primo luogo, un’extensive growth, ovvero un incremento di Pil indotto da un aumento della popolazione; in secondo luogo, fu anche un’intensive growth, ovvero un incremento del Pil pro capite a seguito dell’ampliamento delle colture e dell’aumento della loro produttività.

Il modello romano dietro lo sviluppo economico

I fattori che permisero a Roma, prima repubblicana e poi imperiale, di espandersi, furono gli stessi che resero possibile la sua iniziale ascesa, il successivo sviluppo e la reazione alla profonda crisi del III secolo d.C., mantenendo fino al IV secolo un bilancio positivo fra costi e benefici, fattore cruciale per la vita di ogni impero passato e presente.

Figura 1: AR, 3,88 g, coniato verso 19-18 a.C. a Caesaraugusta, attuale Saragozza (cngcoins.com)

Alla base dello sviluppo economico stava infatti la capacità di unificare politicamente il mediterraneo sotto il dominio romano. Roma assicurava l’indipendenza amministrativa delle autonomie locali ma chiedeva in cambio fedeltà e tributi, drenando risorse con le quali garantiva la giurisdizione, il mantenimento dell’ordine pubblico, la promozione di servizi ed infrastrutture e, soprattutto, la difesa del limes contro le minacce esterne. L’esistenza di un’unica organizzazione politica che abbracciava l’interno Mediterraneo fu in grado di incoraggiare e istituire l’integrazione economica, grazie al consolidamento di flussi commerciali di beni di largo consumo sulla lunga e breve distanza, sostenuto da un sistema monetario unitario. Una moneta coniata e prodotta centralmente, recante il vultus dell’imperatore come certificazione contro la contraffazione, circolava dappertutto, attraverso un sistema di cambi fissi che ne difendevano il valore legale. La creazione di un’unica area monetaria, l’applicazione di norme commerciali comuni (ius mercatorum), la diffusione di un sistema di misurazione comune e la soppressione della pirateria, già negli ultimi anni dell’età repubblicana, ridussero complessivamente l’incertezza, assicurando agli agenti economici maggiori e più chiare informazioni, favorendo una sostanziale diminuzione dei costi di transazione all’interno di quel sistema-mondo che era il Mediterraneo.

Figura 2: Il primo  sistema monetario imperiale di epoca  augustea (Wikipedia)

Un ruolo fondamentale lo giocò anche l’urbanizzazione, la quale divenne il motore della domanda e dell’offerta commerciale. In nessuna società occidentale si ebbe una città delle dimensioni della Roma imperiale, prima della Londra del XIX secolo. Peraltro, Roma era solo il centro di quella nicchia ecologica all’interno della quale sorsero, crebbero e prosperarono numerosissime città che contavano centinaia di migliaia di abitanti (Alessandria, Antiochia, Cartagine, Efeso) e un numero ancora più consistente di centri urbani con più di diecimila abitanti. Integrate in un sistema basato sulla “connettività”, queste realtà si svilupparono e sopravvissero in età antica alle carestie, epidemie e guerre, riuscendo a liberare sempre più manodopera dal settore agricolo e destinarlo a quello manifatturiero.

Il ruolo del princeps

In questa economia mediterranea l’imperatore svolgeva un ruolo vitale. Egli fissava e si preoccupava di far rispettare le “regolo del gioco” con le quali si dispiegavano le relazioni politiche ed economiche, così come la direzione dell’amministrazione e della difesa, a livello sia centrale che periferico, attraverso legati, governatori ed élite cittadine locali.

Come scrisse Jacques-Scheid in “Roma e il suo impero”:

“Ai prìncipi si chiedeva di mantenere l’iniziativa, di controllare il gioco, ma questo Impero e queste istituzioni funzionavano in larga misura senza di lui. Di fatto il principe poteva soltanto controllare i propri rivali, mantenere l’ordine a Roma, limitare le ribellioni nelle province, fare accettare la riscossione delle imposte, e condurre le guerre che reputava necessarie.”

In termini di politica economica, questo schema d’azione imperiale si traduceva in un sostanziale intervento mirato a “regolare” il mercato, a evitare i comportamenti speculativi, crisi alimentari, assicurare una fluidità ed efficienza delle transazioni, proteggendo gli interessi delle parti coinvolte al fine di ottenere sempre nuove possibilità di sopravvivenza e crescita.

Il mondo romano conosceva chiaramente il meccanismo classico di domanda ed offerta, ed in funzione di tali conoscenze l’autorità imperiale interveniva in funzione difensiva del “giusto prezzo”, cioè del prezzo di mercato locale. Le norme, generalmente, non intendevano proporre un generale controllo dei prezzi ma proibire la speculazione, cioè quei comportamenti che alteravano artificiosamente i prezzi minando l’efficienza dei mercati.

Il modello “tasse-commercio”

Secondo il modello “tasse-commercio”, ideato dallo storico britannico Keith Hopkins, fu proprio la creazione dell’impero romano a promuovere, attraverso il meccanismo della fiscalità, l’espansione del commercio nei quattro angoli del Mediterraneo. L’economia-mondo romana era divisa in regioni tax-producing, nelle quali si generava la maggior parte dei redditi statali, e regioni tax-consuming, dove veniva spesa la maggior parte di questi. Le prime erano obbligate, nella visione del modello, a vendere le loro produzioni alle seconde per poter riavere un numero sufficiente di fondi monetari con cui pagare il tributo ad ogni ciclo fiscale. Lo squilibrio strutturale fra le due differenti tipologie di regioni veniva neutralizzato dall’azione del commercio.

L’Italia, per esempio, essendo esente dal tributo e beneficiando delle più grandi rendite agricole, contabilizzava un afflusso ingente di capitali. Questo era controbilanciato da un crescente flusso di beni prodotti nelle province, dove i prezzi dei fattori produttivi erano più bassi, ed importati in Italia, dove i redditi erano più alti, mentre il flusso di prodotti italici esportati altrove andava decrescendo. Tale processo indebolì sul lungo periodo il primato economico del centro dell’impero: il centro diveniva sempre meno centro, in termini economici, e la periferia sempre meno periferia.

L’impero romano poteva sorreggersi solo in quanto basato su un sistema economico formato da un enorme agglomerato di mercati interdipendenti. Nel III e IV secolo a.C. questi fattori vennero progressivamente meno, avviando una crisi economica, politica e sociale che condusse l’impero al declino.

L’articolo è basato sulla lettura di Impero, città e relazioni commerciali nel Mediterraneo romano, di Elio Lo Cascio, contenuto in Gli imperi. Dall’antichità all’età contemporanea, a cura di Ruth Ben-Ghiat (2009), Società editrice il Mulino, Bologna.

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