FTA: libero mercato tra Europa e Giappone

Poche settimane fa si sono conclusi i negoziati per l’FTA (Free Trade Agreement) fra Giappone ed Unione Europea. Tale accordo rientra in un binomio di trattati fra le due parti, affiancando lo “Strategic Partnership Agreement”, riguardante la cooperazione politica, sicurezza, cambiamenti climatici e, più in generale, politiche congiunte di sviluppo.

L’FTA e l’eliminazione dei dazi

L’FTA è stato più volte citato dalla stampa con l’acronimo “EPA” (Economic Partnership Agreement), data la finalità prettamente economica del trattato. Tale accordo mira infatti all’instaurazione di una politica economica di libero mercato fra l’Unione Europea e il Giappone. Il testo definitivo, in attesa della firma ufficiale (attesa per la prossima estate) e delle necessarie ratifiche, entrerà in vigore nel 2019, e permetterà di abbattere le barriere doganali in entrambe le direzioni. In particolare, il Giappone eliminerà dazi complessivamente sul 94% dell’import europeo e l’UE cancellerà i dazi sulle importazioni di autoveicoli made in Japan, favorendo l’espansione di colossi come Toyota all’interno del mercato europeo. L’FTA, legando l’UE ed il Giappone in un (quasi) libero mercato, coprirà circa 1/4 del PIL mondiale (26000 mld$). Entrando nel merito dell’accordo, una delle principali rassicurazioni verso i cittadini europei è la salvaguardia degli standard di sicurezza e qualità dei prodotti importati dal Giappone. Il libero mercato sarà infatti affiancato da una stretta regolamentazione sui singoli beni affidata al legislatore europeo. Ultimo aspetto non risolto nelle trattative è stato quello relativo alla “tutela degli investimenti”

Una leva per l’export italiano

La posizione dell’Italia in questo accordo è stato piuttosto controversa. Sebbene fosse stata inizialmente scettica, ne è risultata infine essere fra i maggiori promotori a livello europeo. Nonostante soltanto nell’ultimo anno le esportazioni italiane verso il Sol Levante siano aumentate del 22%, il Belpaese avrà notevoli opportunità di incrementare le esportazioni di alcuni dei suoi prodotti “core”: basti pensare al vino, i cui dazi saranno totalmente eliminati, o a formaggi e latticini, con dazi fortemente ridotti (tant’è vero che l’accordo è stato più volte informalmente definito “cars for cheese”). L’importanza strategica dell’FTA è rilevante per l’Italia, essendo stata recentemente scavalcata dal Cile per volume di esportazioni di vini in Giappone, grazie ad accordi commerciali già in vigore. Il settore agroalimentare italiano avrà dunque terreno fertile per sviluppare il proprio mercato estero, recuperare importanti quote di mercato e dare una forte spinta all’avanzo della bilancia commerciale.

Lo schiaffo al protezionismo

Va inoltre esaltato il valore simbolico dell’FTA. Dopo il cambio di rotta politica degli USA verso la tendenza protezionistica di Trump, culminata con il ritiro dai negoziati del TPP (Patrenariato Trans-Pacifico), l’Unione Europea ha colto l’occasione di riproporsi al mondo come fulcro del libero mercato. In particolare, Juncker (presidente della Commissione Europea) e Shinzo Abe (Primo Ministro giapponese), nella conferenza di presentazione dell’accordo affermano come entrambe le parti resteranno saldamente sulla linea politica tracciata del libero mercato, dell’internazionalizzazione e del rifiuto di politiche protezionistiche. Risulta interessante in questo contesto il ruolo del Regno Unito, attualmente in fase di negoziazione per l’uscita dall’UE. Abe ha dichiarato pubblicamente il proprio impegno a concludere il trattato di libero scambio con l’UE prima di aprire qualsiasi tavolo con lo UK. Inoltre, in tempi pre-Brexit, David Cameron fu uno dei principali promotori dell’FTA, per il quale aveva fra l’altro stimato un guadagno netto di circa 5mld di sterline l’anno per lo UK. Il governo May sta tuttora cercando di siglare un accordo bilaterale di libero scambio con il Giappone analogo all’FTA. Sebbene non vi siano negoziati ufficiali, la premier britannica è riuscita a strappare a fine agosto una dichiarazione congiunta di intenti per lavorare ad una partnership economica fra i due paesi, una volta conclusosi il processo di uscita dall’UE.

Sebbene le premesse siano positive, per trarre un giudizio conclusivo non resta che attendere il 2019 e l’entrata in vigore effettiva dell’accordo.

 

 

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