Goldman Sachs, cambio di vertici per la banca che muove il mondo

Dal 1° ottobre John E. Waldron ha assunto il ruolo di Presidente e Chief Operating Officer per Goldman Sachs, mentre dal 5 del mese invece Stephen M. Scherr siede sulla poltrona del Chief Financial Officer.

La «rivoluzione» interna di Goldman Sachs riguarderà anche Martin Chavez che ora diverrà Vice Chairman e affiancherà Ashok Varadhan e Jim Esposito nella divisione Securities, assumendo altresì il ruolo di Co-Head.

L’identikit della nuova Goldman Sachs

John Waldron ha iniziato la sua carriera in Goldman Sachs nel 2000 diventando partner soltanto due anni dopo. Nel 2014 è stato spostato al vertice del ramo investment banking ed ha aiutato a costruire e rafforzare le relazioni con un numero di clienti sempre maggiore.

Stephen Scherr è entrato in banca nel 1993. Nel 2016 ha assunto il ruolo di Chief Executive Officer di Goldman Sachs Bank USA e ancora quello di Head of the Consumer & Commercial Banking Division. Nel corso degli anni Scherr ha aiutato l’istituto a costruire un business di digital consumer che ha rappresentato un’opportunità significativa per aprirsi a nuovi clienti e a nuove strade di crescita.

Martin Chavez ha assunto il ruolo di CFO nel 2017 ma è entrato in Goldman nel 1993, proprio come Scherr ed è diventato partner nel 2006. L’anno precedente è stato invece nominato managing director della Investment Banking Division Strats. Quelle di Chief Information Officer e di Global Co-Chief Operating Officer sono soltanto altre due delle cariche ricoperte da Chavez.

Una squadra, quella da poco annunciata, che arricchirà Goldman Sachs di esperienze e capacità e che si spera traghetterà la banca verso un futuro ricco di nuove opportunità, ma come è cambiata la più famosa e controversa banca d’affari del mondo nel corso degli anni?

La West Point della finanza

Il paragone tra la casa d’affari e l’accademia militare degli Stati Uniti non è azzardato. Per storia, fama e aggressività. Gli uomini, non solo del management board, di Goldman Sachs sono rispettati e temuti. Per strategie operative, visione e lungimiranza, nessuno riesce a star loro dietro. In più, come spiegano i trader più scafati, hanno una potenza di fuoco disarmante. Il rovescio della medaglia è all’assunzione di diversi rischi. Più si agisce in leva finanziaria, più ci si espone alle fluttuazioni dei mercati. E ogni tanto, capitano delle situazioni di illegalità, come nel caso di ABACUS 2007-ACI, un’obbligazione strutturata (o CDO, collateralized debt obligation) creata e modellata da Fabrice Tourre, enfant prodige di GS, per conto del fondo hedge di John Paulson.

La storia della banca d’affari con la B maiscola però non si può limitare alla cronaca degli ultimi anni, ma si radica nel lontano passato.

Si narra che il suo fondatore, Marcus Goldman, fu il primo a industrializzare la consulenza per la quotazione di una società a Wall Street. Lui e il genero Samuel Sachs, all’inizio del Novecento, divennero la migliore soluzione per qualsiasi collocamento in Borsa. Poi arrivò la crisi del 1929, che costrinse Goldman Sachs, incorsa in gravissime difficoltà, a cambiare il proprio core business, spostando i suoi affari nell’intermediazione pura, creando nuovi modelli, nuovi sistemi di negoziazione, nuovi mercati.

Uno di questi, il Block trading, è stato l’anticamera della negoziazione over-the-counter, ovvero fuori dalle piattaforme tradizionali. Non solo. Goldman Sachs è stata anche una delle prime banche americane ad aver aperto una specifica divisione per la ricerca sui fondi d’investimento, che ancora oggi riesce ad anticipare i trend di mercato in modo impressionante. Per alcuni in modo anche poco trasparente. Un esempio di lungimiranza c’è stato nel 2001, quando il numero uno di Goldman Sachs Asset Management, Jim O’Neill, parlò per la prima volta di Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica). Dieci anni dopo, saranno forse loro a salvare l’Europa dalla peggiore crisi della sua storia.

Critiche e controversie

C’è chi accusa il suo ruolo di advisor del governo greco, che nel 2002 ha portato il paese ellenico ad emettere il suo debito in yen e dollari, che Goldman Sachs ha poi scambiato in euro. Anni dopo si è scoperto che i conti presentati dal governo del conservatore Karamanlis erano stati falsati. Morale? Da un lato la Grecia affonda, dall’altro Goldman si arricchisce. E poi , Lucas Papademos, ex Goldman e poi primo ministro della Grecia dal 2011-2012, che viene incaricato di rimettere a posto i conti ellenici. Papademos siede tuttora nella Commissione Trilaterale, cioè l’organizzazione che porta avanti l’ideologia mondialista fondata da Rockfeller, composta da membri del Bilderberg e del Council on foreign relations.

Non va poi dimenticato il coinvolgimento di Goldman nella bolla del cibo 2005-2008. La banca fu accusata di approfittarsi della fame e della sofferenza di migliaia di persone con indici creati ad hoc, mentre Lloyd Blankfein riceveva stipendi e premi da capogiro. Se il complotto è difficile, se non impossibile, da dimostrare, permane l’indignazione. Non è finita: con alchimie finanziarie Goldman sarebbe riuscita a gestire il salvataggio della compagnia assicurativa AIG, esposta alla bolla dei mutui subprime, traendone enormi profitti.

Al di là delle polemiche, la fortuna di Goldman Sachs è di essere il catalizzatore di un certo tipo di élite, tecnocratica e meritocratica, avulsa alla concezione italiana di classe dirigente. Il ruolo internazionale di Goldman Sachs non è quello di grande burattinaio, bensì di accentratore di eccellenze. Così si spiega come mai ad essere stati o essere coinvolti in GS siano personalità da copertina del Time.

Advisor a parte, il percorso di formazione viene da lontano. Goldman Sachs presta un’attenzione senza paragoni ai neolaureati che assume. A Wall Street è stata la prima banca a selezionare i suoi dipendenti direttamente dagli atenei. Non è un caso che buona parte dei giovani trader, poi futuri partner, arrivino solo dalle migliori scuole del mondo, come l’École nationale d’administration, le business school parigine e quelle londinesi. E il piano di crescita che ha Goldman prevede diversi step a seconda delle possibilità che un soggetto ha. Kevin Kennedy, il direttore della divisione Risorse Umane, è solito ripetere che «una persona che diventa uno degli uomini Goldman è una persona diversa, dato che sa può contare su una famiglia a livello internazionale».

Ma non ci sono solo i giovani da formare. La fortuna di Goldmans Sachs è la sua fama, che gli ha permesso di investire in una rete di consulenti e advisor a livello globale. Da Robert Rubin a Larry Summers, da Romano Prodi a Gianni Letta, da Mario Draghi a Mark Carney, l’establishment mondiale entra a far parte del giro di Goldman Sachs. Il fenomeno conosciuto come revolving doors (in inglese: “porte girevoli“), per cui determinate persone passano da responsabilità pubbliche a ruoli di vario genere all’interno della banca d’affari e viceversa, configurando un potenziale conflitto di interessi. In rete c’è chi parla un’operazione da maestri, da braccio armato di una classe dirigente non certo democratica e che si regge, in ultima analisi, sui “poteri forti”, cioè un nebbioso gruppo di ultra-potenti che tiene le redini del mondo. Non bisogna stupirsi di questo. La forza accentratrice della banca statunitense risiede proprio nella rete di conoscenze che ha saputo creare dopo la quasi morte del 1929. Lontano dalle tesi complottiste, vicino al mondo che conta.

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