Il Financial Fair Play nel mondo del calcio

Gli obiettivi del FFP

«Il problema non è l’aumento degli incassi, ma quello dei costi, che finiscono per superare i primi. Per questo abbiamo sviluppato le regole di Fair Play Finanziario, che premiano le società gestite in modo corretto. Sostanzialmente, tali regole dicono: ‘Non puoi spendere più di quanto guadagni’».

In questi termini si esprimeva nel 2011 Gianni Infantino, ex segretario generale UEFA ed attuale Presidente della FIFA. Voluto dall’esecutivo della UEFA, presieduto ai tempi da Michel Platini, il Financial Fair Play (FFP) assumeva significato in considerazione delle condizioni economiche dei club europei nel 2009. Più della metà delle 655 squadre del Vecchio Continente aveva infatti registrato un passivo di bilancio ed almeno il 20% era in seria difficoltà finanziaria. Per questo motivo il Fair Play Finanziario mirava – e mira tuttora – a raggiungere diversi obiettivi:

  • Dare al sistema finanziario delle società un ordine ed una razionalità
  • Stimolare l’auto-sostenibilità delle società, soprattutto a lungo termine
  • Stimolare la crescita delle infrastrutture e dei settori giovanili
  • Accertarsi che le società onorino gli impegni finanziari nei tempi prestabiliti
  • Diminuire le pressioni sulle richieste salariali e sui trasferimenti

 

 

 

Che cosa prevede il FFP

Gli obbiettivi cardine che danno sostanza al FFP sono il rispetto del pareggio di bilancio triennale, l’assenza di debiti scaduti, la presenza di un patrimonio netto positivo e la dimostrazione di continuità aziendale. Le società qualificate sul campo alle competizioni UEFA possono parteciparvi e ricevere quindi la licenza solo se rispettano la regola del break even, ovvero se in un arco triennale il bilancio tra entrate ed uscite non supera i 30 milioni di euro di deficit.  Da questo vincolo sono però scorporate alcune spese programmatiche e di lungo periodo, come gli investimenti per il settore giovanile, per le infrastrutture e per il calcio femminile, volte a costruire una sostenibilità per le società e per il movimento stesso. Oltre al pareggio di bilancio, altri aspetti del Fair Play Finanziario sono espressione di un criterio di prudenza. La spesa per ingaggi non può superare il 70% del fatturato, non è possibile anticipare gli utili maturati – che vengono contabilizzati solo quando realizzati – ed a partire dall’1 Giugno vi è l’obbligo di pubblicare i bilanci e le commissioni erogate ai procuratori dei calciatori, aggiungendo un’ottica di trasparenza al sistema calcio.

 

La normativa del FFP, a partire dal 2012, ha portato all’istituzione dell’Organo di controllo finanziario per Club (CFCB) per monitorare il rispetto delle regole da parte delle squadre e per applicare sanzioni disciplinari a quelli giudicati colpevoli di averle violate. Sono infatti previsti due percorsi giurisdizionali per i club inadempienti delle regole del FFP, il Voluntary Agreement o il Settlement Agreement. Mentre il primo è portato avanti direttamente dal club, che illustra all’Organo di controllo un business plan per rientrare nei parametri, il secondo, chiamato anche “accordo transattivo”, è proposto direttamente dall’Organo di controllo. Quest’ultimo ed il club stabiliscono di comune accordo i termini da seguire per ristabilire una corretta esecuzione del FFP. Se non si trova un’intesa o il club non rispetta i termini dell’accordo, allora esso sarà soggetto a sanzioni.

 

 

I casi Milan e Neymar

«Il Financial Fair Play è stato avviato per aumentare la stabilità del calcio e ha avuto successo, ma i tempi stanno cambiando: dobbiamo adattarlo, modernizzarlo e dobbiamo fare qualcosa per l’equilibrio della competizione sportiva».

Queste sono le parole di Aleksander Čeferin ad aprile di quest’anno. Oltre ad illustrare i successi del FFP, quello che il successore di Platini intende mettere in luce è la disparità che esso può generare dal punto di vista competitivo. Se infatti è vero che la sostenibilità finanziaria dei club è migliorata – l’esposizione debitoria si è ridotta dal 65 al 35% del fatturato e complessivamente l’entità dei debiti è calata da 1,7 miliardi di euro a 286 milioni di euro – è anche vero che il FFP ha creato uno status quo. I maggiori club che si sfidano nelle competizioni UEFA sono infatti titanici dal punto di vista economico – con fatturati che superano il mezzo miliardo di euro.

Un caso emblematico riguarda il trasferimento record di Neymar dal Barcellona al Paris Saint-Germain per 222 milioni di euro nell’estate 2017. Nonostante l’acquisto del cartellino del brasiliano sia apparso a molti, tra addetti a lavori e non, in forte controtendenza con gli obiettivi di sostenibilità finanziaria, non è per forza di cose in contrasto con il FFP. “’Non puoi spendere più di quanto guadagni” diceva Infantino. Tradotto: “Si possono spendere cifre astronomiche, purchè esse siano correlate a guadagni altrettanto alti”. Come dimostrato da Linkiesta, il costo a bilancio – tra cartellino e ingaggio – di Neymar è di 104,4 milioni di euro l’anno, che però può essere sostenuto grazie al fatturato del PSG di 542 milioni di euro. Una condizione, invece, che l’Organo di Controllo Finanziario per Club non ha rilevato per Sion (Svizzera), Málaga (Spagna), Hajduk Spalato e Osijek (Croazia), Dinamo Bucareșt e Rapid Bucareșt (Romania), Partizan Belgrado (Serbia) Beşiktas e Bursaspor (Turchia), PAOK (Grecia) e Milan. Il club rossonero ha violato in due occasioni il FFP, come sottolinea L’Ultimo Uomo:

<<a causa del mancato rispetto del vincolo del “Going Concern” e inoltre i rossoneri sono in infrazione anche per il Break-Even triennale (fra 180 e 200 milioni di deficit a seconda della valutazione dei costi virtuosi)>>

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