Il venture capital in Italia

Lo scorso 1 maggio, in occasione della Festa dei Lavoratori, è stato lanciato il più grande fondo di venture capital in Italia. Si tratta di Indaco Venture I, partecipato da Intesa Sanpaolo e Futura Invest, che insieme deterranno il 49% delle quote, e da Indaco Venture Partners (Sgr costituita contestualmente all’avvio del fondo per gestire il capitale), che ne deterrà il 51%. L’investimento è il più consistente mai realizzato in questo ambito nel nostro Paese: si parte infatti da un capitale di 130 milioni di euro, con l’obiettivo di arrivare alla soglia dei 200. Ma andiamo con ordine, in cosa consiste il venture capital?

Il venture capital

Stiamo parlando di una forma d’investimento ad alto rischio, che si realizza attraverso la partecipazione di un fondo al capitale sociale di una startup. Come sempre, in questo settore la probabilità di fallimento è elevata, ma i casi di successo, nell’arco di 5-7 anni, garantiscono agli investitori delle exits che li ripagano ampiamente anche di quanto perduto nelle imprese fallite. La caratteristica principale dei venture capital, che li differenzia dalle altre forme del private equity, quali ad esempio i Business Angels, riguarda la raccolta dei capitali con i quali effettuare gli investimenti: essi si rivolgono in prevalenza ai fondi istituzionali, come fondazioni bancarie, enti previdenziali, enti pubblici territoriali, assicurazioni e banche e quindi non utilizzano proprie risorse finanziarie.

Quando un venture capital investe in una società, nella maggior parte dei casi, oltre ad acquisire quote della stessa, mette a disposizione competenze manageriali, tecniche e relazionali utilissime per la crescita. In cambio di tutto questo, gli investitori richiedono di essere presenti nel direttivo della società, in modo da controllarne e guidarne le scelte strategiche. In generale, sono tre gli aspetti principali di una società che possono suscitare l’interesse di un fondo di venture capital: un team solido e molto competente, un mercato di riferimento molto ampio e un prodotto o servizio che goda già di un vantaggio competitivo.

I target di investimento

Nel momento in cui vengono raccolti i capitali, è necessario specificare anche i target d’investimento prevalenti o esclusivi cui i venture capital si rivolgono e sono queste peculiarità a differenziarli tra loro. Innanzitutto, ci possono essere diverse aree geografiche nelle quali i fondi decidono d’investire maggiormente. La differenziazione può avvenire anche in base al settore cui le aziende appartengono. Infine, aspetto forse più importante, ci possono essere diversi momenti nella vita dell’azienda in cui dei capitali esterni possono contribuirne allo sviluppo.

Il venture capital si denota per intervenire principalmente in uno dei momenti di seguito elencati. Il seed financing è forse la tipologia più rischiosa, perché si va a finanziare un’idea che, per quanto innovativa e con un alto potenziale di sviluppo, presenta ancora poco o niente di concreto; l’early stage, quando il time to market è molto vicino e sono stati quindi predisposti tutti gli aspetti sostanziali ad esso propedeutici; growth (o late stage), quando i capitali raccolti servono per sostenere la crescita in termini di internazionalizzazione di un’azienda o di un futuro sbarco sui mercati borsistici.

Il venture capital in Italia

Ma come si presenta la situazione italiana in questo ambito? Il venture capital è arrivato nel nostro Paese, come in altri vicini europei, alla fine degli anni ’90, quando negli USA già rappresentava una realtà consolidata da quasi un ventennio. Mentre nei principali Stati del nostro continente i numeri sono cresciuti rapidamente nel corso degli anni, da noi il settore resta confinato: basti pensare che il fondo più attivo in Italia per numero di investimenti (130 dal 2006 a oggi), denominato Innogest, risulta addirittura il 130esimo in Europa.

Riprendendo il X Rapporto di ricerca realizzato da Venture Capital Monitor e Aifi (Associazione Italiana del Private Equity, Venture Capital e Private Debt) notiamo che, tra 2016 e 2017, in Italia i nuovi investimenti sono diminuiti del 38%, passando da 92 a 57. Questo si spiega con il fatto che gli investitori, durante lo scorso anno, si sono maggiormente concentrati su round successivi di operazioni già in essere (i cosiddetti follow-on sono infatti aumentati da 10 a 21) e su una nuova raccolta di capitali. Si può quindi stimare una nuova crescita per il 2018 benché, sempre nel corso del 2017, siano diminuiti anche gli investitori attivi (da 82 a 69) e il numero totale di investimenti (da 205 a 153).

Il taglio medio nelle operazioni di seed investing è stato di 500 mila euro per l’acquisizione di quote del 23%, mentre per operazioni nelle fasi successive (early stage e growth) si è saliti a 3,4 milioni, per una quota di partecipazione del 33%. Da un punto di vista geografico, a farla da padrone sono le regioni del Nord Italia, con la Lombardia che spicca con il suo 37% del mercato, ed il Lazio, a quota 23%. Infine, il settore più d’interesse è l’ICT con una quota del 39%, seguito molto più indietro dal terziario avanzato al 16% e dai servizi finanziari al 12%.

La situazione si fa ancor più sconcertante se la paragoniamo a quella della Francia, che fino a pochi anni fa si presentava in tutto e per tutto simile alla nostra: oggi il Paese vola verso i 3 miliardi di investimenti annui, contro i 200 milioni che facciamo registrare in Italia. La ricetta transalpina si è incentrata sullo sprono pubblico e sul ruolo fondamentale della Banca Pubblica d’Investimento, che è intervenuta in attività di co-investimento di varie aziende.

Un esempio che anche il governo italiano ha iniziato a perseguire, nonostante il grave handicap rappresentato dal grande debito pubblico, costituendo il Fondo Italiano d’Investimento, che ha un’operatività analoga a quella della BPI francese, ma che al momento è ben lontano dall’incisività che hanno dimostrato i cugini d’Oltralpe.

 


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