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Swaps e debito pubblico italiano

Gli swaps sono contratti derivati in cui due soggetti si accordano per scambiarsi, per un determinato periodo di tempo ed a date definite, dei flussi di cassa periodici. Questi sono calcolati in funzione di un capitale puramente nozionale che non viene mai scambiato tra le controparti e funge solo da base di calcolo per i pagamenti reciproci di interessi.

Si distinguono varie tipologie di swaps, ad esempio sui tassi di interesse, su valute, sul rischio di credito. La tipologia più diffusa è quella dell’Interest Rate Swap (IRS) che, nella sua forma contrattuale più semplice, prevede la presenza di due operatori che si scambiano flussi di interesse, calcolati su un determinato capitale. Lo swap buyer si impegna ad effettuare pagamenti a tasso fisso (short position) in cambio di pagamenti a tasso variabile (long position). Questo beneficia di un flusso netto positivo quando i tassi di interesse aumentano.

L’utilizzo degli IRS da parte del settore pubblico italiano

In Italia gli enti locali hanno utilizzato molto gli Interest Rate Swaps negli anni ’90 fino al 2005. Il motivo era che questi permettevano di gestire in modo diretto il debito. Infatti le amministrazioni, ritrovandosi molto indebitate nei primi anni Novanta, non erano più in grado di sostenerne interessi derivanti. Con l’utilizzo degli IRS si sarebbe potuto abbattere il costo del debito senza andare a rinegoziare i singoli prestiti. Il legislatore a partire dal 2005 ha limitato l’uso di questi derivati nelle amministrazioni pubbliche. Le nuove norme stabilivano validità dei contratti solo se stipulati per ridurre l’indebitamento in essere, vietando operazioni speculative.

 

Il comune di Milano e i suoi derivati

Il caso più controverso  in Italia in tema di Interest Rate Swaps è senza dubbio quello relativo al Comune di Milano. Il 5 marzo 2002 il Comune di Milano ha stipulato un Interest Rate Swap con Unicredito Italiano S.p.A., oggi Unicredit. Poche sono le notizie trapelate al riguardo, è noto solo l’importo del valore nozionale del contratto, che risulta essere pari a circa 739 milioni di euro. In poco più di tre anni lo swap è stato in grado di generare quasi 100 milioni di euro di perdite per il Comune. Per cercare di rimediare al buco di bilancio generatosi, l’Amministrazione decise di chiudere tale contratto.

Si decise di emettere un bond dal valore pari a 1,68 miliardi di euro, con durata trentennale e di tipo bullet, quindi da rimborsare per intero alla scadenza. Le banche protagoniste dell’operazione, Depfa, Deutsche Bank, JP Morgan e UBS versarono in anticipo nelle casse comunali l’intero importo del bond. Oltre a questo, tuttavia, il contratto prevedeva la contestuale stipula di due strumenti derivati con gli stessi istituti di credito come controparte. Vennero sottoscritti pertanto degli Interest Rate Swaps con lo scopo di effettuare una strategia di copertura contro il rischio di tasso ed un amortising swap. Attraverso di esso il Comune si impegnò a mettere da parte, fino alla scadenza, la somma necessaria al raggiungimento dell’importo originario del prestito da rimborsare.

 

Quanto ci ha rimesso il Comune di Milano?

Milano ha subito perdite rilevanti. Il Comune dovette registrare grossi buchi di bilancio, tanto che la Sezione Regionale Lombarda della Corte dei Conti nel 2008 mise sotto controllo l’operazione voluta dall’amministrazione. Questa fu segnalata al Consiglio Comunale di Milano come sospetta di essere volta a favorire una determinata controparte rispetto all’altra.

Dopo il parere della Corte dei Conti, il vicepresidente del Consiglio Comunale decise di fare un esposto al tribunale di Milano, sostenendo davanti al Pubblico Ministero che gli istituti di credito avevano truffato il comune. Milano fece causa alle quattro banche chiedendo il risarcimento dei danni subiti. Dalle indagini svolte emerse l’accusa contro gli istituti finanziari non era infondata. Nel registro degli indagati comparvero sette operatori delle banche coinvolte nello scandalo e due funzionari pubblici con l’accusa di truffa aggravata e di falsa certificazione della convenienza economica dell’operazione proposta al Comune.

 

La situazione attuale

Gli enti locali con contratti derivati si sono ridotti a soli 107 (-84%) nel 2019. Il valore nozionale delle operazioni è sceso a 6,437 miliardi (-80%). L’incidenza percentuale sul debito degli enti è circa un quarto rispetto a quella raggiunta nel momento del massimo storico. Inoltre, l’argomento è tornato di grande attualità con la recente assoluzione (2019) dei vertici del Tesoro dall’accusa del danno erariale di oltre 3 miliardi. Il giudice di secondo grado ha accertato che la decisione del ministero dell’Economia di operare in strumenti finanziari derivati poggiava su di una solida base normativa.


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