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La crisi dell’oro spagnolo

La conquista dell’America Centrale e Latina da parte dei conquistadores spagnoli fu devastante per un paese come la Spagna, che si reggeva su un sistema economico di stampo feudale. Nel breve periodo la nascita dell’Impero coloniale spagnolo portò a rafforzare l’istituto monarchico di Madrid, sebbene nel paese erano ancora presenti enormi disuguaglianze economiche. Nel periodo d’oro della Spagna, il “siglo de Oro” (XVI sec.), le importazioni erano superiori alle esportazioni. La corona spagnola non difese la propria economia dalla feroce concorrenza straniera che superava, in termini di qualità, i prodotti spagnoli. Un altro fattore fu la totale assenza di una borghesia, una classe sociale dinamica capace di trasformare l’oro e l’argento americani in un mezzo di produzione capitalistico. Questo portò a due fatali conseguenze per il sistema economico spagnolo:

  • la Spagna rimase dipendente dalle nazioni europee più avanzate in campo economico;
  • le classi parassitarie ( Nobiltà feudale e Clero) si rafforzarono;

I genovesi, a partire dal 1528, avevano il monopolio assoluto su tutte le imprese commerciali spagnole: intorno alla metà del XVI sec. controllavano le industrie del sapone, della seta, della lana e dell’acciaio. Inoltre la corona era ipotecata con banche di credito europee come i Fugger, grande compagnia commerciale e usuraia tedesca, la quale disponeva anche dei maggiori giacimenti di mercurio e zinco della Spagna.
La potenza militare spagnola si reggeva su enormi spese militari che Filippo II aveva ereditato dal padre-imperatore Carlo V. Il re di Spagna scoprì che l’impero di Madrid aveva un debito di quasi 36 milioni di ducati con un deficit annuo di 1 milione. Il debito, unito alle immense spese militari e alla necessità anche in tempo di pace di provvedere alla difesa di un impero estremamente variegato (la sola Armata delle Fiandre costava 1.200.000 fiorini al mese), rese la situazione finanziaria estremamente precaria, tanto che Filippo II dovette dichiarare fallimento per tre volte, nel 1557, 1575 e 1596. Con la dichiarazione della bancarotta la monarchia iberica non si trovò sotto la pressione dei creditori, in quanto questi non potevano richiedere al re di Spagna di accelerare le operazioni di risarcimento; tuttavia questa strategia obbligava Madrid a dover richiedere prestiti alle banche di Genova e dei Fugger. Ma per poter ottenere questi prestiti, peraltro a tassi d’interesse estremamente più alti, la monarchia spagnola aveva l’obbligo di fornire garanzie o sui proventi minerari o sul patrimonio fondiario. Si creava, cioè, una situazione di avvitamento la quale, a sua volta, costrinse la monarchia a dichiarare default per ben sei volte nei successivi 65 anni. Filippo II tentò di risanare i bilanci con un programma che comportava l’aumento delle tasse nelle regioni della Spagna. Ma l’applicazione di un nuovo sistema fiscale trovò l’ostruzionismo delle Cortes, le assemblee regionali spagnole, che avevano de facto la competenza di approvare un nuovo sistema tributario nel paese. Il bilancio del Regno, tolte le regioni spagnole, si reggeva sulla Castiglia e sull’oro e l’argento proveniente dalle miniere dell’Impero coloniale spagnolo. Esse estraevano cinque volte di più rispetto a quanto se ne otteneva in Europa prima del 1492; nella seconda metà del ‘500 la quantità sul mercato europeo era aumentata di sedici volte rispetto a inizio secolo. Questo massiccio afflusso a buon prezzo (perché ottenuto con il lavoro sottopagato dei servi della gleba e degli schiavi Indios) dei due metalli pregiati portò, nel vecchio continente, alla svalutazione della moneta – la cui circolazione dopo la conquista dell’America Latina era aumentata di quattro volte – e quindi del suo potere d’acquisto e il rincaro del costo della vita. L’aumento dei prezzi per tutte le merci, sia agricole che artigianali, in media andava dalle due alle tre volte; verso la fine del ‘500 il prezzo del pane era cresciuto addirittura di sedici volte rispetto agli inizi del secolo. Il processo si fece chiaramente inflazionistico a partire dalla metà del sec. XVI, soprattutto per quanto riguarda i prezzi agricoli. Naturalmente per i tempi di allora anche un semplice tasso inflazionistico del 2 o 3% annuo risultava preoccupante. La scelta di Madrid di attuare una massiccia importazione di oro e argento dai domini coloniali portò all’aumento delle materie prime, dei prodotti agricoli e di manifattura della Spagna. La rivoluzione dei prezzi favorì i paesi che si stavano affacciando sulla via dell’industrializzazione, come l’Olanda, la Francia e l’Inghilterra, tutti paesi con capitali e redditi mobili e una classe imprenditoriale efficiente, quella che sarebbe poi diventata la borghesia capitalistica; allo stesso tempo colpì con effetti negativi i paesi che non avevano una classe sociale mobile. La prima ad essere colpita fu la Repubblica di Genova che era il massimo creditore di Madrid.
Fra le classi a reddito mobile vanno annotate la borghesia, i contadini ricchi che potevano vendere una parte della loro produzione e la nobiltà che impiegava lavoro salariato nelle proprie terre. Le costose merci spagnole, inferiori per qualità a quelle dei paesi nord-europei, non potevano reggere la concorrenza dei prodotti stranieri e iniziavano a perdere tutti i mercati di sbocco. Esprimendo gli interessi della nobiltà, la quale riceveva ingenti redditi anche dalle miniere d’argento e dai campi auriferi d’America, la monarchia iberica non favoriva in alcun modo la nascita dell’industria, ma solo gli allevamenti ovini per l’esportazione della lana greggia agli inizi del 1500. Solo nella seconda metà del secolo si ricominciò a coltivare grano, in seguito alla caduta della domanda di lana da parte delle manifatture olandesi. Per reagire al rialzo eccezionale dei cereali, lo Stato ne fissò i prezzi massimi alla produzione: ma ciò andò a vantaggio dei grossisti, che li rivendevano a prezzi molto più alti. Il commercio del grano era già per un quarto in mano ai Fugger. Il Paese fu praticamente invaso dai mercanti stranieri, che lo trasformarono in una “colonia europea”. L’oro americano finiva all’estero, per il pagamento degli interessi ai banchieri genovesi e tedeschi sugli enormi prestiti concessi alla corona, oppure per finanziare le guerre e le controriforme degli Asburgo. Anche se la corona si era riservata il 20% di tutta le quantità di metallo prezioso che giungeva a Siviglia, essa fu la prima a proclamarne l’insufficienza. Il governo non era in grado di pagare i propri debiti e nel 1557 cercò di trasformarli in obbligazioni statali, offrendo la garanzia che in caso di bancarotta essi non sarebbero stati annullati. Filippo II, come già anticipato, fu però costretto a dichiarare bancarotta per ben sei volte, determinando così una serie di fallimenti a catena. Era infatti divenuto abituale che, in attesa dell’arrivo dei galeoni dall’America e per rendere continuo il flusso dei pagamenti, oltre che per effettuarli sulle piazze e sui teatri d’operazione più diversi, i finanzieri europei anticipassero, con un forte interesse, le somme di cui la monarchia spagnola aveva disperatamente bisogno. Questa crisi comportò, alla fine del ‘500, la sostituzione dell’argento dalle monete spagnole con il rame.

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