La Curva di Phillips e le Banche Centrali

Il problema dell’inflazione

In questo periodo, a seguito della crisi finanziaria globale, le Banche Centrali del mondo occidentale si sono trovate sotto i riflettori di tutte le testate giornalistiche di stampo economico: il loro intervento si è rivelato insostituibile per sostenere la crescita delle rispettive economie aiutandole ad uscire dalla crisi. I programmi di QE portati avanti da BCE e FED si sono rivelati una panacea per curare le ferite del tessuto economico-finanziario causate dallo scoppio della bolla immobiliare. Eppure per queste istituzioni già si intravedono nuove sfide all’orizzonte. Ciò che oggi preoccupa maggiormente i chairmen delle Banche Centrali è l’affidabilità dei modelli usati per prevedere gli effetti delle loro azioni sulle variabili macroeconomiche. La dinamica che più di tutte sfugge alle previsioni ottenute con i modelli è quella dell’inflazione. Sebbene vi siano tutte le ragioni per aspettarsi un deciso aumento dell’indice dei prezzi al consumo e che quest’aumento sia stato più volte previsto dai modelli usati, l’inflazione attesa non si è verificata. A generare forti aspettative verso un’alta inflazione sono non solo le politiche monetarie estremamente accomodanti, implementante da diversi anni su entrambe le sponde dell’atlantico, ma anche la costante diminuzione della disoccupazione. La dimensione del problema è tale che il presidente della FED Janet Yellen ha recentemente affermato che:

“I nostri modelli per la comprensione delle dinamiche dell’inflazione potrebbero essere viziati in modo profondo”

La Curva di Phillips

La relazione inversa tra l’indice dei prezzi al consumo (CPI) e la disoccupazione è descritta dalla curva di Phillips, pietra miliare e strumento insostituibile per orientare le scelte di politica monetaria. La curva di Phillips descrive la relazione che intercorre tra queste due varabili macroeconomiche e indica che quando il tasso di disoccupazione diminuisce si assiste ad un aumento dell’inflazione. Questo risultato fu presentato nel 1958 da Alban William Phillips, economista neozelandese, nel saggio “The relationship between unemployment and the rate of change of money wages in the UK 1861-1957”. In questo paper Phillips sottolineava come si possa osservare una relazione inversa tra la disoccupazione e l’inflazione basandosi sull’osservazione di diverse serie storiche di dati macroeconomici. Questo risultato non è dunque frutto di rigorosa ricerca teorica ma è stato osservato sui dati stessi, è un dato empirico. La curva di Phillips non possedeva dunque un solido background teorico quando venne presentata ma questo non ne ha minato la validità e l’importanza, in quanto è sia coerente con il resto della teoria economica ed è estremamente intuitivo comprendere che una maggiore occupazione indichi un’economia in espansione e conseguentemente una maggiore pressione verso l’alto sui prezzi.

La validità della relazione

I primi dubbi riguardo la solidità della relazione osservata da Phillips nacquero in seguito alla stagflazione degli anni settanta. In quel periodo si assistette alla contemporanea presenza di alta disoccupazione e alta inflazione. Una spiegazione per questa incoerenza rispetto alla curva è stata presentata da Robert J. Gordon in “Triangle model of inflation” considerando la Build-in inflation, cioè quell’inflazione che si viene a creare a seguito di shock dal lato dell’offerta o a causa di aspettative elevate di inflazione. L’inflazione così generata può portare ad una spirale prezzi/salari che sia autoalimenta. Aumentando le aspettative sull’inflazione generate dalla spirale, la curva si sposta in alto e verso destra aumentando i valori assegnati all’inflazione per ogni livello del tasso di disoccupazione. Ma le incoerenze tra curva e realtà sono spiegate anche attraverso la NAIRU (Non-Accelerating Inflation Rate Of Unemployment). Una teoria che afferma ci sia una sostanziale differenza tra curva di Phillips di breve e lungo periodo. Secondo la NAIRU è previsto che nel lungo periodo vi sia solo un tasso di disoccupazione, quello naturale, che è costante nel tempo e rispetto al quale si può dunque osservare qualsiasi livello di inflazione. Quindi, sebbene con le correzioni del caso, la curva è comunque rimasta uno strumento valido per prevedere l’inflazione e guidare le decisioni di politica monetaria dei Banchieri Centrali. Ad oggi la validità di questa relazione è messa in discussione proprio da quei dati empirici che una volta l’hanno data alla luce. Se si osservano i dati sulla disoccupazione in Europa e negli USA e li si confronta con l’inflazione in entrambi i paesi sorgono profondi dubbi sulla validità della relazione descritta dalla Curva di Phillips. O perlomeno tale relazione sembra essersi molto indebolita. Quali profonde trasformazioni sono avvenute? È questa la domanda a cui si sta tentando si dare una risposta.

L’ingranaggio bloccato

Aspettando una risposta dagli addetti ai lavori si possono fare nel frattempo alcune considerazioni. Sebbene nell’ultimo periodo si è osservato un deciso aumento dell’occupazione non si assiste ad un conseguente aumento della forza contrattuale dei lavoratori nei confronti dei datori di lavoro. Una maggiore forza contrattuale dovrebbe garantire ai lavoratori l’aumento dei salari in grado di far aumentare i consumi e dunque innescare l’inflazione. E proprio questo ultimo ingranaggio del meccansimo che governa la relazione occupazione-inflazione potrebbere essersi inceppato rendendo il sistema economico odierno diverso da quello descritto dalla curva di Phillips. Una cosa è certa: per rispondere a tali domande non ci si può limitare ad indagare solo all’area prettamente economico-finanziaria ma bisogna sondare altri campi importanti come la regolamentazione del mercato del lavoro. E’ necessario per i Banchieri Centrali venire a capo del problema il prima possibile. La mancanza di una cresita sostenuta dei salari non solo impedisce alla politica monetaria di dispiegare appieno i propri effetti ma rischia di minare la stabilità delle democrazie nelle economie avanzate recentemente interessate da un’ondata di populismo. Adam Posen, ex chairman della BoE, ha recentemete dichiarato:

“Non possiamo aspettarci stabilità politica senza la crescita dei salari”

A ciò si deve aggiungere che il tasso di interesse naturale sembra essere diminuito molto, avvicinandosi pericolosamente allo ZLB. Questi due effetti combinati rischiano di minare seriamente la capacità della politica monetaria di influire sull’economia in maniera efficacie. Ma il presidente della BCE Mario Draghi è fiducioso, da poco ha affermato che, dal suo punto di vista, la ripresa economica in atto non si è ancora sufficientemente tradotta in un deciso aumento dell’inflazione, lasciando intendere che ripone ancora fiducia nella relazione descritta dalla curva di Phillips. Domenico Francesco Alessandria

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