Melegatti: la caduta di un gigante

Dopo vani tentativi e false speranze Melegatti, l’azienda dolciaria leader mondiale del made in Italy, ha chiuso per sempre i battenti. Il fallimento è stato reso ufficiale dalla fine dello scorso maggio, quando il Tribunale di Verona ha dichiarato debiti per un ammontare di 50 milioni di euro. L’impero costruito da Domenico Melegatti nel 1894, con il deposito del brevetto del primo pandoro, ha ceduto di fronte ad una crisi che da febbraio del 2018 è diventata irreversibile.

 

L’inizio della crisi

Melegatti aveva iniziato il 2017 con l’inaugurazione di un nuovo stabilimento deputato alla produzione di croissant a San Martino Buon Albergo, con un investimento di 10 milioni di euro. Questo, a fronte di un fatturato complessivo di 70 milioni l’anno, è stato molto pesante per il bilancio complessivo. All’inizio dell’autunno dello stesso anno si sono registrati arretrati non pagati, bollette scadute, stop della produzione e circa 300 lavoratori stagionali lasciati a casa.

Proprio dall’autunno del 2017 ha avuto origine un’escalation che ha portato ad un deficit della produzione. Quell’anno si cominciò già a parlare della possibile assenza del famoso pandoro Melegatti sotto l’albero di natale. A ciò si aggiunge il grande ammontare dei debiti, di cui 10 milioni di euro nei confronti delle banche ed altri 12 milioni verso i fornitori.

 

L’appello dei lavoratori

Nel Manifesto-lettera “La Melegatti siamo noi”, i dipendenti hanno chiesto di separare la responsabilità degli amministratori dalla richiesta di fallimento del PM.

 

L’inizio del manifesto-lettera “La Melegatti siamo noi”

 

Il testo, pubblicato su “l’Arena”, fa emergere la presenza del fondo americano D.E. Shaw & Co. La società statunitense ha mostrato interesse alla causa per più di un anno, stanziando 20 milioni di euro per attuare un piano di risanamento, che però non è stato preso in considerazione.

 

Le rivendicazioni

Dichiarandosi come “parte onesta, credibile e seria”, i dipendenti della Melegatti hanno chiesto di mantenere la propria dignità e l’orgoglio di lavorare nella storica azienda, senza perdere il lavoro per responsabilità non loro. Tuttavia, l’appello si è rivelato vano ed il collegio presieduto da Silvia Rizzuto ha deciso di abbandonare la proroga di fallimento.

 

La fine della Melegatti

La sentenza di fallimento è giunta dopo tre mesi dall’apertura del concordato preventivo, affinchè si potesse salvare il prestigioso marchio. A nulla sono servite le campagne di solidarietà natalizie e pasquali per incentivare l’acquisto del pandoro Melegatti.

Non avranno alcun effetto nemmeno l’intervento del fondo maltese Abalone durante le feste di Natale e l’interesse del marchio trevigiano del caffè Hausbrandt Trieste 1892. Con quest’ultimo era stato previsto un accordo, poi sfumato, da un milione di euro per finanziare la produzione pasquale. Ad esso sarebbe seguita una definitiva acquisizione dell’azienda da parte dell’Hausbrandt.

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