Cargill, cosa si impara da una multinazionale di 150 anni

In un articolo precedente ci siamo serviti di Cargill per spiegare come funziona il commercio di commodity, da quali leggi sia governato e quanto sia fondamentale per l’economia globale e tocchi tutti noi nella nostra quotidianità. Ci faremo nuovamente aiutare da Cargill e useremo la sua storia per comprendere come il mercato si sia evoluto negli ultimi 150 anni. In questo modo, potremo pensare a cosa tiene in serbo per noi il futuro da un punto di vista diverso.

Cargill - Helping the world thrive
Il logo e il moto di Cargill

Più di 150 anni di storia

Cargill viene fondata nel 1865 in Iowa. Il suo modello di business è relativamente semplice: comprare grano, stoccarlo, e rivenderlo a prezzo maggiore. I contadini sarebbero stati contenti di vendere subito tutto il proprio raccolto, mentre Cargill avrebbe avuto dalla sua grossi volumi e una maggiore disponibilità di informazioni sull’andamento dei prezzi: il loro ruolo era semplicemente quello di un intermediario, che poteva profittare della volatilità dei prezzi guadagnando con l’arbitraggio. Da qui l’azienda iniziò ad espandersi, muovendo il proprio quartier generale in Wisconsin, sulle rive del Mississippi (come mai, secondo voi?), per poi stabilirsi in Minnesota. Da qui partì l’espansione verso il midwest, la East Coast e successivamente verso Canada, America Latina ed Europa. La crescita ovviamente avvenne tramite investimenti massicci, che la lasciarono profondamente indebitata. Per ripagare i creditori, emise Gold Notes, con azioni proprie come collaterale. La Prima Guerra Mondiale vide il prezzo del grano crescere esponenzialmente e con esso crebbero i profitti di Cargill, che potè ripagare i suoi debiti con due anni di anticipo. Continuò poi a profittare dai prezzi alti lungo tutto il conflitto, e venne accusata di essere una profittatrice di guerra. La sua politica fu sempre estremamente aggressiva, il che la portò a scontrarsi con la Chicago Board of Trade. Ne fu cacciata, e quando la sospensione fu sollevata, Cargill si rifiutò di rientrare e continuò nell’utilizzo di trader indipendenti. Dagli anni ’60 poi si espanse in altri settori, nella lavorazione di prodotti alimentari, in prodotti finanziari, nelle spedizioni. Fu duramente colpita dal default del debito Russo nel ’98, e dalla crisi dei mercati asiatici nel ’97. In tempi più recenti Cargill ha ridotto il numero dei settori in cui opera, ridotto drasticamente il numero di traders, e aumentato quello degli analisti. Inoltre, Cargill è stata nominata “Charter Operator of the year 2018”, a testimonianza di quanto sia ancora presente con una posizione importante come operatore di logistica. Oggi la multinazionale si descrive così:

Cargill offre prodotti alimentari, agricoli, industriali e servizi finanziari a tutto il mondo. Collaborando con agricoltori, clienti, governi e comunità, aiutiamo le persone a prosperare attraverso l’applicazione delle nostre conoscenze e della nostra esperienza maturata in oltre 150 anni. Abbiamo 155.000 dipendenti che operano in 70 paesi con l’impegno di distribuire alimenti in tutto il mondo in modo responsabile, ridurre l’impatto ambientale e migliorare le comunità in cui viviamo e operiamo.

Cosa ci insegna tutto questo?

La storia di Cargill ci insegna che l’apertura dei mercati e la globalizzazione sono stati un processo lento ma continuo. Sappiamo che le leggi fondamentali dell’economia si applicano in ogni situazione fin dalla notte dei tempi: ad una riduzione delle barriere commerciali e dei costi di trasporto corrisponde una maggiore dinamicità e competitività dei mercati globali. Più i mercati sono integrati, più sono frequenti fenomeni di frammentazione della produzione (per semplificare, leggi: delocalizzazione). Ma ad una maggiore integrazione e rapidità corrispondono anche una amplificazione e diffusione degli shock in maniera repentina sia attraverso paesi che attraverso la catena del  valore: sia clienti che fornitori sono colpiti, siano essi imprese o nazioni (Vuoi saperne di più? Ti consigliamo il paper “From Micro to Macro via Production Networks”, Vasco M. Carvalho, Journal of Economic Perspectives, 2014).

Dal punto di vista del piano aziendale capiamo quanto sia importante innovare. Ma innovare non significa solo inventare un prodotto, una tecnologia nuova. Innovare significa anche fare le stesse cose ma in maniera più veloce, più sicura, con meno input. Il tempo, il rischio, le materie prime sono tutte dei costi di tipo diverso, ma che hanno risultati monetari. Cargill è avanzata tecnologicamente, si è espansa in nuovi mercati, ha spostato il proprio quartier generale, ha gestito le proprie finanze, ha differenziato la propria produzione, ha localizzato la propria produzione dove è più conveniente.

Dove dobbiamo guardare per intravedere il futuro?

Se potessimo conoscere il futuro potremmo fare soldi a palate, ma purtroppo non è possibile. Quello che possiamo fare è tuttavia cercare di intravedere possibili trend e posizionarci strategicamente per non soccombere e, piuttosto, trarre un vantaggio in futuro. Per esempio, sappiamo che la popolazione mondiale sta crescendo, ed è altamente probabile che questo trend continuerà negli anni a venire. Allo stesso tempo aumenta il reddito medio e cambiano le abitudini alimentari, ciò implica la messa in commercio di nuovi alimenti come insetti e alghe per far fronte alla richiesta di proteine, ma anche un aumento della domanda di quelle proteine che sono più costose e prima inaccessibili, come carne e pesce.

Come possono le nuove tecnologie aiutarci nella sfida di sfamare il pianeta?

Possiamo dividere i nuovi sviluppi in tre categorie: miglioramento di processi meccanici, di raccolta e analisi dati e miglioramento della resa di coltivazioni e allevamenti.

Nel corso dei secoli l’uomo è passato da arare il terreno a mano, ad attaccare l’aratro ai buoi (prima in legno, poi in metallo) e infine ad utilizzare macchine a motore. L’introduzione di macchine agricole, trattori e mietitrebbie fra tutti, ha permesso ai contadini di occuparsi di lotti di terreno sempre più estesi, ma loro presenza sui campi è ancora richiesta. Potreste aver già intuito che la nuova frontiera sono i veicoli autonomi: i droni non sono solo ad elica, hanno anche le ruote! Inoltre, è possibile migliorare l’efficienza nell’eliminazione di parassiti e piante indesiderate in maniera più efficiente e meno pericolosa per la nostra salute: grazie all’utilizzo congiunto di telecamere ed intelligenza artificiale vengono riconosciuti gli elementi estranei, che vengono colpiti direttamente con una dose ridotta di pesticidi (quindi sena andare a toccare le piante target della coltivazione) o addirittura incenerite tramite l’utilizzo di laser.

Per quanto riguarda i droni nella loro accezione classica, i loro utilizzi sono molteplici: possono individuare parassiti e altre piante nelle piantagioni, così come aggiornare in tempo reale i dati sull’avanzamento della produzione in base al colore dei frutti e delle piante, o ancora individuare eventuali malattie o piante morte. Inoltre è in corso la sperimentazione di dispositivi in grado di analizzare in tempo reale il pH del terreno. Allo stesso modo, è possibile applicare nuove tecniche all’allevamento di animali: telecamere termiche sono già in uso per tracciare i movimenti del pollame. In questo modo comportamenti anomali vengono individuati per prevenire epidemie e, più in generale, monitorare la salute dei propri animali diviene più semplice. Un ulteriore esempio  sono microfoni e dispositivi per l’analisi del fiato: dai dati raccolti è possibile risalire a malattie, colpi di tosse o versi insoliti, indicatori di malessere o di altre anomalie. O ancora, è possibile effettuare scansioni e analisi biometriche del bestiame, in modo da poter individuare il momento in cui viene raggiunta la massa corporea desiderata per la vendita o macellazione. Infine, diverse startup stanno sviluppando piattaforme per la condivisione di tutti questi dati, in modo che ogni agricoltore possa avere una overview diretta dello status della produzione a livello locale e nazionale.

Maggiore efficienza significa minori perdite e parità di output con una riduzione di input. Tutto questo viene sintetizzato nel vertical farming: capannoni pieni di scaffali sui quali sono impilati vassoi di piantine. Crescono in un ambiente chiuso e protetto (e quindi niente erbacce o insetti, dunque niente pesticidi), ricevendo la quantità perfetta di luce e  nutrienti, a temperature controllate. Non solo lo sviluppo verticale utilizza meno spazio, gli sprechi sono ridotti anche in termini di acqua consumata! Tutto questo rende possibile la coltivazione anche in aree urbane o addirittura sottoterra. Parlando di input, non dimentichiamo che anche il mangime che viene fornito al bestiame ha un impatto decisivo sulla crescita degli animali e dunque sulla produttività dell’allevamento: i mangimi sono uno dei punti di forza di Cargill, per esempio.
non limitiamo la nostra fantasia agli animali terrestri: l’ “acquaculture” o il deep sea farming sono uno dei processi produttivi più efficienti in termini di proteine per dollaro investito.

Infine, la ricerca continua a concentrare i propri sforzi nell’ambito degli OGM, il cui obiettivo è raggiungere una maggiore efficienza in termini di resistenza a parassiti, temperature e siccità, e di produzione per superficie impiegata.

Nutrire il pianeta è una delle sfide più importanti per il futuro: per vincerla non basterà una presa di coscienza collettiva e una riduzione degli sprechi da parte nostra. È necessario che governi e multinazionali diano l’esempio e usino le proprie dimensioni per fare la differenza. In questo contesto, è estremamente positivo sapere che una multinazionale come Cargill si è data come motto “helping the world thrive”.


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