Perché la manovra italiana non piace(va) alla Commissione Europea

Il Senato ha votato il maxiemendamento alla manovra con 167 sì, 78 no e tre astenuti. Come sappiamo, il percorso che ha portato a questo risultato è stato lungo e travagliato: diverse versioni, diversi deficit, il rischio della procedura di infrazione e i festeggiamenti dal balcone, il tutto accompagnato da uno spread molto alto, segno della preoccupazione degli investitori internazionali. Il protagonista del lungo braccio di ferro fra Roma e Bruxelles è stato certamente il deficit, passato dal famoso 2,4% del PIL a un più contenuto 2,04%; ma un altro aspetto che non convinceva affatto i burocrati europei, ma anche la maggior parte degli osservatori internazionali, erano le stime sulla crescita del PIL. Per capire perché le stime del Governo sul PIL italiano del prossimo triennio fossero unanimemente ritenute troppo ottimistiche, dobbiamo rispolverare uno strumento di macroeconomia: i moltiplicatori fiscali.

La teoria

Nella teoria macroeconomica Keynesiana, il moltiplicatore fiscale misura la sensibilità del prodotto interno lordo di un Paese, alla politica fiscale messa in atto. In altre parole, è il coefficiente che stabilisce quanto varierà il PIL in risposta, per esempio, a un 1€ aggiuntivo di spesa pubblica o 1€ in meno di tasse. Secondo la visione Keynesiana, questo effetto è limpido e chiaro: il moltiplicatore è maggiore di 1 e pertanto, a un aumento di 1€ della spesa pubblica del governo, corrisponderà un aumento di più di 1€ nel PIL. Allo stesso modo, un aumento delle tasse di 1€ produrrà una diminuzione del PIL maggiore all’unità. Il presupposto teorico è dunque che gli effetti della politica fiscale sono più che proporzionali sulla domanda aggregata, pertanto questo spiega perché nella teoria Keynesiana, i governi debbano intervenire con manovre espansive per contrastare i momenti di recessione (politiche anticicliche).

La realtà

Tuttavia, i moltiplicatori fiscali si sono dimostrati essere meno scontati e più sfuggenti nella pratica: diversi economisti e accademici si sono addentrati in questo argomento, apportando importanti contributi e fornendo nuovi punti di vista, talvolta anche decisamente discordi fra loro. Il dibattito accademico sui moltiplicatori fiscali è ancora aperto, pertanto non possiamo trarre conclusioni definitive, ma gli studi degli ultimi anni, basati su stime econometriche sulle misure fiscali del passato, hanno fatto emergere che:

Il valore dei moltiplicatori non è univoco ma è diverso nei singoli Paesi e fra le varie misure fiscali attuabili: per intenderci, il moltiplicatore degli 80€ del Governo Renzi sarà probabilmente diverso dal moltiplicatore del Reddito di Cittadinanza e così via. Si possono tuttavia raggruppare le diverse misure fiscali in categorie omogenee per stimarne il moltiplicatore.
Il valore dei moltiplicatori potrebbe non essere costante nel tempo: si è fatta largo la teoria che i moltiplicatori fiscali si accentuino nei periodi recessivi, assumendo anche valori maggiori di 1. Questa ipotesi è fortemente supportata dai neokeynesiani nella loro critica alle politiche di austerity introdotte nell’eurozona: se il moltiplicatore fosse effettivamente maggiore di 1, le politiche di austerity avrebbero semplicemente peggiorato gli effetti recessivi della crisi.
Il valore del moltiplicatore potrebbe essere inferiore all’unità o addirittura negativo: nel sopracitato dibattito accademico sull’argomento, sono emerse anche autorevoli voci che hanno stimato moltiplicatori pari a 0,5-0,7 o addirittura negativi. Se quest’ultima ipotesi fosse vera, le politiche di austerity sarebbero giustificate, in quanto un riequilibrio delle finanze pubbliche fatto di minori spese e maggiori imposte si tradurrebbe, nel medio-lungo periodo, in un aumento del PIL.

Il dibattito sulla manovra italiana

Alla luce di tutto questo, possiamo capire quale fosse uno degli elementi di attrito fra la Commissione Europea e il Governo italiano. Quest’ultimo, nella Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza 2018 (NADEF) stimava delle variazioni nominali del PIL piuttosto ampie: 3,05% per il 2019, 2,47% per il 2020 e 2,57% per il 2021. Naturalmente, una crescita del PIL così generosa, giustificava il ricorso a un deficit così ampio, poiché semplicemente il governo sosteneva che avrebbero ridotto il rapporto debito/PIL aumentando notevolmente il denominatore, anche a fronte di un aumento del numeratore (stock di debito): nel quadro tendenziale del Governo infatti, il debito/PIL sarebbe passato dall’attuale 131% al 126,7% nel 2021. Tuttavia, queste ipotesi non hanno mai convinto la Commissione Europea (e chiunque altro), fondamentalmente per tre motivi:

Una crescita del genere sembra poco realistica per un’economia anemica come quella italiana, visto il complessivo deterioramento dell’economia globale a causa della guerra commerciale e del rallentamento dovuto alla fine del ciclo espansivo post-crisi.
• Le stime del Governo sull’effetto che le misure contenute nella manovra avrebbero dovuto avere sul PIL era decisamente molto radicale e presupponeva appunto un moltiplicatore molto ampio.
L’aumento dello spread, che non è stata una semplice “fiammata” bensì il posizionamento a un livello stabilmente più alto del passato, ha costretto a rivedere al rialzo le stime della spesa futura per interessi sul debito, aggravando ulteriormente il già alto deficit ipotizzato dal Governo.

In conclusione, nell’attesa della manovra economica definitiva con i relativi numeri, abbiamo rispolverato un argomento di macroeconomia che può aiutarci a capire la politica fiscale del Paese.

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