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Procedura d’infrazione del debito: cos’è e cosa rischia l’Italia

Il braccio di ferro fra Roma e Bruxelles va avanti e nessuna delle parti sembra voler cedere terreno, ma la UE questa volta gioca sul serio e decide di aprire una procedura d’infrazione per eccesso di debito. Oltre i titoloni va ricordato che la procedura, e tutto ciò che ne consegue, necessita di un più o meno lungo iter di approvazione,  che dovrebbe terminare il 9 Luglio con il verdetto finale dell’EcoFin (Consiglio “Economia e Finanza”). Questa sarebbe la prima volta che l’UE utilizzerebbe la procedura d’infrazione verso uno stato membro, ma non è certo la prima volta che viene avviato l’iter di approvazione (vedi Spagna, Francia, Italia governo Gentiloni).

Perché è stata avviata la procedura d’infrazione?

Secondo il Fiscal Compact gli stati membri devono adoperarsi per ridurre di circa un ventesimo il debito pubblico su base annuale, e raggiungere così un rapporto debito/PIL del 60%. Alla luce delle future manovre del governo italiano la violazione delle norme è evidente, non sono infatti mancate le critiche per quanto riguarda Quota 100 e Reddito di Cittadinanza. La procedura è partita quando Giovanni Tria ha firmato la manovra per il 2019, manovra che ignora completamente i precedenti avvisi dell’UE. Purtroppo i numeri non sono dalla nostra parte, e le stime sull’aumento del debito per i prossimi anni sono tutt’altro che rassicuranti:

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Quali sarebbero le conseguenze?

Il via libera dell’EcoFin sistemerebbe l’Italia tra i sorvegliati speciali e porterebbe all’inizio di una fase di “rientro” per ridurre il debito. Per fase di rientro si intende:

  • Aumenti delle tasse;
  • Tagli spese e servizi sociali;
  • Possibile esclusione dall’accesso ai fondi della Comunicazione della Commissione previsti dal 2015;
  • Possibile obbligo di un deposito infruttifero pari al 0,2% del PIL utilizzabile come ammenda;
  • Possibile perdita di accesso ai fondi di coesione europei.

Oltre a questo Bruxelles si riserva la possibilità di modificare i piani di rientro qualora risultassero inadeguati alla diminuzione del debito. In sostanza l’Italia dovrà rimettere in sesto i propri conti attraverso delle manovre correttive, e se non lo facesse l’UE risponderà con sanzioni pecuniarie e ritiro dei fondi comunitari.

Possibili scenari

Come abbiamo detto, questo costituirebbe il primo caso nella storia europea in cui verrebbe portata avanti una procedura d’infrazione nei confronti di uno stato membro, e la cosa non sarebbe tanto lusinghiera. Ma al di là di questo è chiaro che la situazione per l’Italia e gli italiani diventerebbe critica, una classica manovra “lacrime e sangue” che andrebbe a peggiorare il già instabile equilibrio dell’economia italiana.

Le risposte dei capigruppo di governo non si sono fatte attendere. Un Salvini che si dice irremovibile sulla questione deficit/PIL e ci espone il proprio pensiero con una metafora alquanto semplicistica:

 “Se mio figlio ha fame e mi chiede di dargli da mangiare secondo voi io rispetto le regole di Bruxelles o gli do da mangiare?

Dall’altra parte Di Maio risponde con un post su Facebook, confermando di essere pronto al dialogo e asserendo che la procedura sia colpa del PD:

“[…]Ora si parla tanto di questa possibile procedura di infrazione e sapete cosa riguarda? Riguarda il debito prodotto dal Partito Democratico nel 2017 e 2018.[…]”

Nelle parole del capogruppo 5stelle troviamo un fondo di verità, la procedura era stata avviata anche durante il governo Gentiloni, ma fu poi sospesa a maggio del 2018, in seguito ai risultati “positivi” raggiunti.

La mia porta resta aperta, sono disponibile ad avere scambi e ad ascoltare“: Moscovici, Commissario Ue per gli Affari economici, si dice pronto a trattare affermando che la procedura avviata per l’italia è del tutto giustificata dalla violazione delle regole riguardo la riduzione del debito pubblico.

La situazione in effetti non sembra delle migliori, da una parte l’Unione Europea che stringe la corda, dall’altra il nostro governo che non intende mollare. Accontentare l’UE significherebbe rinunciare a quelle manovre che sono fondamentali per entrambi i partiti: Quota 100 e Reddito di Cittadinanza. Senza dimenticare la Flat Tax.

Oltre questo andrebbe considerato il clima di governo sempre più teso, fattore che apre le porte a nuove elezioni o, in alternativa, a un governo tecnico. E per contorno le clausole di salvaguardia che porterebbero l’IVA al 25%, già previste nella legge di Bilancio 2019. Insomma, il futuro dipenderà essenzialmente dalle scelte dei prossimi mesi, da come e quanto decideranno di collaborare i nostri politici, italiani ed europei.


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