Quando la concorrenza non funziona: oligopolio e cartelli

Negli ultimi decenni la riduzione sempre maggiore delle barriere alla libera circolazione di persone, merci e capitali ha favorito sempre di più lo sviluppo di mercati concorrenziali, facendo, in generale, diminuire i prezzi dei beni e dei servizi offerti, nonché aumentando la loro disponibilità e la loro qualità. Nonostante ciò, in alcuni mercati il processo di libera concorrenza non si è sviluppato per diversi motivi, creando situazioni in cui vi sono pochissime imprese a produrre un determinato bene o a offrire un certo servizio: basti pensare al mercato del petrolio e quindi alla benzina, ma anche a quello delle autovetture. In questi casi siamo in presenza di mercati non perfettamente concorrenziali. In questo recente articolo abbiamo analizzato il caso del monopolio, oggi parliamo invece di oligopolio e cartelli.

Quando la torta viene divisa: la condizione di oligopolio

L’oligopolio è un mercato in cui un determinato bene o servizio è prodotto e reso disponibile da un insieme abbastanza ridotto di imprese. Non esiste un numero massimo di imprese tale che un determinato mercato possa essere definito come oligopolio (molto dipende dalla tipologia del prodotto o servizio di riferimento); esiste al contrario un numero minimo: vi devono infatti essere almeno due imprese che, da sole, sono in grado di rispondere ai bisogni del mercato (tale situazione è chiamata duopolio).

Analogamente al caso del monopolio, le imprese sono in questa situazione privilegiata per un discorso tecnologico, ovvero si è in presenza di forti economie di scala che riescono a spiazzare gli eventuali competitors; la condizione di oligopolio si verifica quando esse non sono sufficienti ad un’unica impresa per soddisfare il mercato nella sua totalità. La presenza di almeno due aziende per soddisfare l’intera domanda è alla base di quella che viene chiamata interazione strategica: le poche imprese si fanno concorrenza fra di loro per cercare di massimizzare i propri profitti, sapendo però che il prezzo a cui venderanno il bene prodotto dipenderà anche dal comportamento degli altri operatori.

Nello studio dei mercati di oligopolio, grande importanza ha rappresentato la teoria dei giochi e la definizione di equilibrio di Nash (di cui abbiamo parlato in questo articolo): molti modelli che descrivono il comportamento oligopolistico si basano proprio su tali concetti (solo per citarne un paio, si pensi al modello Cournot o Stackelberg).

In generale si osserva che in presenza di oligopolio il prezzo praticato dalle imprese è minore di quello che si avrebbe in caso di monopolio e la quantità di bene presente sul mercato è maggiore. Segue che i profitti di un’azienda facente parte di un oligopolio sono minori di quelli che la stessa realizzerebbe se fosse la monopolista assoluta in quel mercato. Nella maggior parte dei casi questa situazione spinge le aziende oligopoliste a non intraprendere una vera concorrenza fra di loro, ma a raggiungere piuttosto determinati tipi di accordi, i famosi cartelli.

I cartelli

I cartelli sono accordi fra imprese che operano in un mercato di oligopolio, mirati a farle agire come se fossero un unico monopolista allo scopo di raggiungere profitti maggiori. Il grande problema dei cartelli è che sono accordi molto instabili: ogni impresa che ne fa parte ha infatti un forte incentivo a deviare, ovvero a non rispettare i patti, producendo una quantità maggiore di quella accordata e raggiungendo profitti ancora più elevati. Tutte le altre imprese, scoperta la violazione contrattuale, risponderanno producendo a loro volta in base al meccanismo classico di un oligopolio, facendo crollare tutti i profitti.

Usando un linguaggio da economisti, si dice che il cartello produce una situazione di ottimo paretiano (condizione in cui i profitti di tutte le imprese non possono aumentare contemporaneamente), ma non è un equilibrio di Nash (ovvero le imprese che partecipano all’accordo hanno l’incentivo a non rispettare i patti). Affinché un cartello sia stabile è quindi necessario creare determinate punizioni (in termini di multe e sanzioni) in caso di violazione degli accordi, che eliminerebbero l’incentivo di un’impresa a deviare dai patti.

Nella maggior parte dei casi, le autorità combattono la creazione di cartelli (o monopoli) tramite le leggi antitrust (“trust” vuol dire proprio monopolio), cercando di proibire o regolamentare le prassi aziendali che potrebbero risultare limitative della concorrenza. Non sempre però i governi perseguono i cartelli; anzi, a volte li sostengono. In effetti, i cartelli di maggior successo sono quelli che operano sotto un’esplicita egida statale (basti pensare all’OPEC, o al cartello del latte negli USA).

I governi, infatti, sono i più potenti tutori dei cartelli, perché se un membro non tiene fede agli accordi può essere processato e condannato. Un cartello sostenuto dal governo spesso comporta prezzi più alti, minore qualità del servizio, minore innovazione e più alto tasso di corruzione. Per queste ragioni gli economisti si oppongono generalmente alla maggior parte dei cartelli sostenuti dal sostegno statale: essi sono spesso istituiti per servire interessi particolari (talvolta di membri del cartello che hanno buone connessioni politiche), invece di quelli dei consumatori o, più in generale, della società.


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