La rivoluzione del container

Ormai a parlare di innovazione siamo abituati. “Le imprese devono innovare per sopravvivere” viene ripetuto come un mantra e da tutte le direzioni sentiamo parole come “fintech” e “blockhain”. Non c’è nulla di sbagliato nel parlare di innovazione o nel provare a inseguirla, ma ormai la vediamo come qualcosa di intangibile. Non è sempre così, anzi! C’è stata una innovazione poco più di sessanta anni fa che di colpo ha cambiato il mondo. È stato come premere un interruttore e nulla è stato più come prima. È qualcosa di decisamente tangibile, anzi è piuttosto grosso, è fatto di metallo ondulato e a prima vista non è nemmeno troppo accattivante, ma ha cambiato il mondo: il container.

L’illuminazione di McLean

Malcolm McLean (1913-2001) aveva un’impresa di autotrasporti. Quel giorno era seduto su uno dei suoi camion, aspettando di caricare la propria merce sulla nave. Prima dell’introduzione del container i beni erano stipati su pallet, in grossi sacchi, in scatoloni, e venivano spostati manualmente, al limite con qualche piccola gru. Il procedimento poteva richiedere anche settimane, così che la nave rimaneva in porto, improduttiva. Lo stesso processo si ripeteva al momento di scaricare le merci nel porto di arrivo. Malcolm semplicemente pensò che sarebbe stato molto più semplice se si fosse potuto staccare il cassone o rimorchio del camion e caricarlo direttamente sulla nave. Nasce così il container, che non è altro che uno scatolone di metallo ondulato, con misure e attacchi standardizzati, che ha permesso una sostanziale riduzione dei costi di trasporto. In alcuni casi il volume interno è ridotto per fare spazio a un refrigeratore, necessario per trasportare prodotti freschi.

I concetti dietro al successo

I concetti di standardizzazione e riduzione dei costi sono la chiave per capire il perché del suo successo. sapendo che la stessa misura di container è utilizzata in tutto il mondo, ogni porto e terminal può adottare lo stesso tipo di gru, spostare allo stesso modo ogni container da una nave a una chiatta, a un tir, a un treno sapendo che questi avranno dei supporti adatti ad ospitarli senza problemi di misurazione o di adattatori. Quello che il mondo non è riuscito a fare con le prese di corrente, è riuscito a fare con dei blocchi di metallo di dodici metri. Perché parliamo di riduzione dei costi? Semplicemente, i container permettono di velocizzare in maniera esponenziale il processo di carico e scarico, riducendo il tempo di attesa di una nave in porto. Riducono i costi del personale, permettendo di automatizzare il processo lungo più fasi della supply chain. Ma non finisce qui.

Il costo e il valore del trasporto

La domanda di trasporto è spazialmente diversa: significa che spesso un bene non viene consumato nel luogo in cui viene prodotto e il trasporto è necessario per poter collegare domanda e offerta. Inoltre, più un bene è vicino al luogo in cui verrà consumato, più è prezioso. È chiara ora l’importanza del trasporto nella catena del valore?

Facciamo un altro esempio: avete mai sentito parlare di geografia economica? Paul Krugman ha vinto il Nobel per l’economia nel 2008 grazie ai suoi studi in quell’ambito. In parole semplici, i costi di trasporto influiscono sulle scelte di posizionamento geografico delle imprese. Più questi sono ridotti, maggiori sono le possibilità di frammentare il processo di produzione e localizzare ogni fase nella località dove costa di meno o la qualità è maggiore. Tutto questo apre alla possibilità di avere delle supply chain su scala globale e a fornire ai consumatori prodotti a prezzi ancora più bassi.

Il trasporto intermodale

Abbiamo nominato chiatte, treni e tir: vi siete chiesti come mai? Quando una delle imponenti navi portacontainer arriva in porto, i container vengono scaricati da gru di dimensioni altrettanto impressionanti (a volte controllate da un terminale informatico in un ufficio anche a chilometri di distanza), caricati su muletti o trasportatori su ruote (sempre più spesso self-driving) e nel peggiore dei casi portati in un’altra zona del porto dove altre gru li stoccano. Altrimenti vengono caricati direttamente su un treno o su una chiatta o su un tir, che permettono al carico di suddividersi e prendere direzioni diverse verso l’hinterland. Una conseguenza interessante dell’utilizzo dei container è la possibilità di trasporto intermodale: passare da nave, a chiatta, a treno, a tir in ordine e combinazioni diverse è sempre più comune. Un porto può così servire il proprio hinterland in maniera il più flessibile possibile. Purtroppo però le inefficienze sono ancora molte, dato che le diverse imprese di trasporto continentale non sempre hanno incentivo a coordinarsi con le loro controparti, pensando a ottimizzare solo la loro parte di supply chain. Un sistema ancora più efficiente comporterebbe la condivisione delle informazioni e della capacità a monte, in modo da ottimizzare il trasporto su tratte più lunghe e non segmento per segmento. Una ulteriore rivoluzione nella concezione del supply chain management: da “predict and prepare” a  sense and respond”. Questo concetto si chiama synchromodality e ne sentiremo sicuramente parlare in futuro.

Il container, dopo più di sessanta anni, non ha ancora esaurito il suo potenziale innovativo.

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