I trattati commerciali internazionali

I trattati commerciali

Ci sono diversi trattati vigenti nel mondo che hanno come scopo favorire il commercio. I più noti sono i trattati di libero scambio, cioè quelli che puntano ad azzerare le barriere doganali tra i paesi partecipanti. Tra essi alcuni dei principali sono il NAFTA, il RECEP, l’UE e l’EACU. Il primo è vigente tra gli stati del Nord America con perno gli USA, il secondo invece vede protagonista la Cina e l’estremo oriente, mentre l’ultimo crea un’area di libero scambio tra la Russia e le repubbliche centro asiatiche. Come si evince dagli esempi, tali accordi spesso sono il riflesso dell’area di influenza di un paese dominante.

Un’altra importante istituzione che favorisce il commercio globale è la World Trade Organization (WTO): un’organizzazione internazionale volta a favorire il commercio tra le nazioni di tutto il mondo. Si basa sui principi di non discriminazione, di apertura delle nazioni al libero commercio e di competitività. La maggior parte degli accordi che vengono negoziati nel WTO non sono di libero scambio, ma sono accordi tra nazioni volti a favorire lo scambio di determinati prodotti tramite l’abbassamento delle tariffe doganali che gravano su di essi.

Il commercio globale è qualcosa che ormai fa parte della vita giornaliera di tutti gli abitanti della Terra. Giornalmente ognuno di noi usa prodotti creati in un paese straniero. Esso è fonte di ricchezza secondo la teoria economica (Ricardo, teoria dei vantaggi comparati) ed ogni periodo storico segnato dal benessere diffuso è un periodo in cui gli scambi commerciali sono floridi. Perciò ad oggi l’apertura commerciale delle nazioni è un pilastro importante del nostro benessere. Oltre ciò è anche una ragione in più alla base dell’amicizia tra nazioni che intrattengono stretti rapporti commerciali.

Uno sguardo più attento agli accordi di libero scambio

Sebbene gli accordi di libero scambio proclamino di espandere il libero commercio a beneficio di tutti, spesso sono invece impropri strumenti per regolare il commercio, stabilendo i beni che dovranno essere esportati e quali invece importanti attraverso un sistema di tariffe. Infatti tali accordi usualmente non prevedono il semplice abbattimento delle tariffe, quanto piuttosto una loro rimodulazione. Spesso sono stati la chiave che ha permesso ad aziende senza scrupoli di accedere a manodopera a basso costo ed evitare le stringenti regolamentazioni sull’ambiente vigenti nei paesi avanzati, delocalizzando presso i paesi non-sviluppati. Tuttavia bisogna considerare che tali accordi hanno permesso a paesi sottosviluppati di crescere molto più velocemente beneficiando degli investimenti esteri. Inoltre hanno permesso di abbassare di molto il prezzo di molti prodotti.

Un aspetto in particolare di tali accordi è stato molto criticato poiché metterebbe in pericolo la sovranità degli stati. Il meccanismo in questione è l’ISDS (Investors-State Dispute Settlement). Quando inserito nelle clausole stabilisce che, in caso di controversie tra investitori stranieri e stato, entrambi i soggetti possano ricorrere ad un tribunale internazionale per risolverle. Vediamo come agisce l’ISDS con un esempio. La nazione X ha sottoscritto l’accordo sulle emissioni consentite. Una volta entrato in vigore il trattato commerciale, la nazione X decide di modificare la normativa riguardante il livello consentito di emissioni. Ciò azzera la redditività di alcuni investimenti effettuati da un’azienda straniera nel paese X. L’azienda in questione reagisce citando in giudizio lo stato X che, se condannato, sarebbe costretto al risarcimento degli utili. Gli ISDS potrebbero, quindi, diventare lo strumento per difendere i profitti delle multinazionali, ma a spese della collettività. Tuttavia bisogna considerare che, in assenza di un tribunale per redimere le controversie, gli accordi si trasformerebbero in meri auspici: per creare valore economico è necessario ridurre il più possibile l’incertezza e un tribunale per redimere le controversie è fondamentale. Ci si chiede se sia auspicabile lasciare a tali tribunali ed a statici accordi la regolamentazione di ambiti delicati, complessi ed importanti per il futuro come l’ambiente ed il lavoro.

 

 

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